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Appunti di Cooperazione Internazionale

Italiani in Africa, davvero “brava gente”? Il colonialismo italiano tra crimini, responsabilità e coscienza rimossa

Il colonialismo nostrano: una fantasma dimenticato

Nella storia italiana canonica, per lo meno quella che si studia a scuola o che ritorna nel “senso comune” collettivo, sembra esserci un buco, un grumo di non detto e di rimosso, sul quale abbiamo costruito la nostra immagine come popolo e con la quale ci presentiamo agli altri. Sto parlando del grande equivoco riguardante la presunta umanità del colonialismo italiano rispetto a quello degli altri colleghi europei e, più in generale, della rappresentazione che ci vede, storicamente, come invasori “bonari” e portatori di civiltà.

Mi sembra che tale fenomeno rappresenti per l’Italia il pezzo mancante di un puzzle che ci porta ad avere un’immagine storica distorta: pare che l’invasione italiana dei territori africani prima, e di Albania e delle isole dell’Egeo poi, venga ignorata o al massimo derubricata ad avvenimento marginale. Addirittura, oggi, quella italiana appare come un’azione di civilizzazione tutto sommato legittima, se, ancora nel 2004, il vice-premier Gianfranco Fini esclamava in un discorso pubblico agli esuli italiani della Libia come fossero «altri in Europa che si devono vergognare di certe pagine brutte», sottolineando come, dopo tutto, gli italiani abbiano portato in Africa «quei valori, quella civiltà, quel diritto che rappresentano un faro per l’intera cultura, non soltanto per la cultura Occidentale».

Ciò che la storiografia ci restituisce sono, invece, invasioni brutali e violenze gratuite ai danni della popolazione. Non solo, dietro l’immagine di brava gente, si nascondono alcuni dei più brutali ed immotivati massacri dell’intera avventura coloniale europea, con un uso sistematico dei massacri di civili come strumento di controllo repressivo.

Sia chiaro, non si tratta di fare a gara tra quale potenza europea abbia perpetrato un colonialismo più brutale: le discussioni sui numeri sono, più che mai per un tema come questo, piuttosto futili. Tuttavia, è sicuramente interessante indagare il perché un pezzo di storia così importante venga fondamentalmente ignorato a livello collettivo.

Un discorso tanto ampio, non può ovviamente essere ridotto ad un articolo di qualche pagina: dovrò quindi limitarmi ad un breve elenco – spero non troppo sterile – dei principali avvenimenti delle due più importanti campagne coloniali italiane in Africa: la Libia e l’Etiopia. Nondimeno, per chi volesse approfondire, la bibliografia sull’argomento è ricca e, nonostante le fonti primarie siano non sempre facili da reperire, il giudizio della storia è univoco: in Africa, le violazioni dei diritti umani fondamentali da parte degli occupanti italiani sono state ripetute, sistematiche e autorizzate (il più delle volte coperte) dal governo centrale, in sfregio alle principali convenzioni internazionali.

Ma perché è così importante, dopo quasi novant’anni, riportare alla memoria certi avvenimenti, con tutto il loro carico di violenze rimosse, silenzi e responsabilità negate? Innanzitutto perché non è accettabile, oggi, perpetuare il mito dell’italiano colonialista buono, portatore di civiltà, mite e bonario rispetto ai suoi vicini europei: non regge alla prova dell’uso di gas, ai massari di civili, ai campi di concentramento, alle sentenze scontate del tribunale speciale coloniale. Poi, perché solamente riconoscendo le proprie responsabilità storiche è davvero possibile comprendere il proprio ruolo politico come nazione, specialmente nei confronti di quei paesi africani che, sempre di più, sono destinati ad imporsi, nel bene e nel male, sullo scacchiere mediterraneo e internazionale. Infine, ed è forse il motivo più importante, perché la presa di coscienza di una colpa è incompatibile con il meccanismo di rimozione collettiva che, mi pare, ha interessato la parentesi coloniale italiana. E, nello specifico, questa mancata presa di coscienza equivale ad un’auto-assoluzione collettiva che rischia di non averci dotato di quegli anticorpi civili che, in una democrazia, sono necessari affinché certi fenomeni vengano riconosciuti e stigmatizzati ad un loro possibile ripresentarsi, anche sotto altre spoglie.

Come dicevo, un fenomeno tanto complesso, sfaccettato e carico di significato non può essere efficacemente sintetizzato in poche righe. Non bisogna tuttavia farsi ingannare: questi eventi eclatanti rappresentano solo alcune delle tessere che compongono l’ampio mosaico che è stato il colonialismo nostrano. Un processo complesso, continuo, repressivo e di fatto istituzionalizzato, colmo di zone grigie, responsabilità condivise e barbarie.

L’avventura in Libia


l’esecuzione di Omar al Muktar

Sebbene la repressione in Libia sia legata a doppio filo alle operazioni militari fasciste, anche in epoca liberale il controllo del territorio si concretizzò attraverso azioni violente nei confronti dei civili. Sia durante la guerra italo-turca (1911-12), sia durante le successive operazioni per la repressione dei ribelli di Tripolitania e Cirenaica, furono testimoniate stragi di innocenti, fucilazioni di massa e roghi di anziani, donne e bambini. Questi episodi non sfuggirono agli osservatori internazionali, che denunciarono come gli italiani avessero «perso la testa e il loro spirito umanitario»[2]. Tuttavia, l’apparato propagandistico non mancava di ridimensionare o insabbiare tali eventi, come fece per esempio nella vicenda della famiglia Mathus di Misurata, quando i militari italiani massacrarono un’intera famiglia di più di trenta persone, dando poi fuoco alla proprietà e ai pochi superstiti. Al di là degli episodi più eclatanti, gli anni precedenti all’avvento del fascismo si contraddistinsero per un uso sistematico della violenza, in particolar modo verso la popolazione inerme, il più delle volte accusata di appoggiare i gruppi ribelli e processata sommariamente. I numeri delle vittime sono, ovviamente, imprecisati, ma le tracce lasciate dai testimoni dell’epoca e dalla documentazione militare rimasta si evince come il controllo sui civili e gli episodi di violenza furono diffusi ed ingiustificati.

Tale violenza era la cartina tornasole dell’effimero controllo italiano sul paese, che si limitava semplicemente ai grossi centri urbani costieri, lasciando il resto dello “scatolone di sabbia”[3] inesplorato e sotto il controllo di gruppi autoctoni locali.

Sulla base di ciò, in epoca Fascista fu chiaro che per reprimere le ribellioni sarebbe stato necessario estendere il controllo all’intero paese: è da intendere in questi termini la graduale “riconquista” della Libia, iniziata nel ‘21 sotto il governatore Volpi, ma che ricevette un forte impulso con De Bono e, soprattutto, con le operazioni del generale Rodolfo Graziani a partire dal ’29. Dopo la conquista del Fezzan, fu il turno della Cirenaica, “pacificata” nel ’32. Fu proprio durante le operazioni in Cirenaica che la brutalità italiana crebbe in maniera esponenziale: per eradicare i gruppi ribelli che si erano raccolti attorno alla carismatica figura di ‘Omar al-Mukhtār, Graziani, con il beneplacito di Roma, ricorse alla distruzione di oasi e villaggi e all’abbattimento sistematico del bestiame, fino ad arrivare al bombardamento dei civili con gas tossici (vietati dal Protocollo di Ginevra) e alla deportazione della popolazione in campi di concentramento lungo la costa. Anche se da molti contestata, l’espressione “campo di concentramento”, pare la più adeguata a descrivere i campi tendati e cintati nei quali furono deportate quasi (ma sono cifre incerte) 100.000 persone in condizioni di sovraffollamento, sottoalimentazione e totale assenza di condizioni igienico-sanitarie di base. Cercare di rendere la portata del fenomeno è impresa ardua: si immagini di sradicare forzatamente la popolazione (donne, bambini ed anziani compresi) di una media città italiana come Bergamo, costringerla ad una marcia forzata nel deserto di più di mille chilometri (circa la distanza in linea d’aria tra Bergamo e Catania), fucilando o facendo morire di fame i deboli e gli indigenti lungo il tragitto. Si stima che circa un terzo della popolazione deportata perì durante il tragitto o all’interno dei campi a causa di tifo e dissenteria, per le violenze subite o per le esecuzioni sommarie.

Veduta aerea del campo di El Abiar

Operazioni di tale brutalità e su così vasta scala appaiono incompatibili con l’immagine “morbida”, “bonaria” e civilizzatrice con la quale il colonialismo italiano è stato ammantato, e tradiscono il totale disinteresse nei confronti della popolazione civile e dei diritti umani: gli autoctoni, nei fatti, furono considerati non-umani sacrificabili in nome del controllo del territorio. Ulteriore prova di ciò sono le profonde ferite, rimaste non sanate, sulla società libica. Soprattutto, poi, le campagne nel Fezzan e nella Tripolitania appaiono come “prove generali” per un altro bagno di sangue ad opera delle truppe italiane: la guerra in Etiopia e il massacro di Addis Abeba

Yekatit 12, cronaca di un massacro

Venerdì 19 febbraio 1937 (il 12 yekatit 1929 secondo il calendario etiopico) è il contesto per uno dei più efferati crimini coloniali italiani. La campagna d’Etiopia, cominciata nel ’35 e velocemente conclusasi, aveva consegnato l’intero paese alle forze fasciste che ne controllavano i principali centri urbani. L’invasione del paese si portava dietro tutta l’esperienza violenta maturata in Libia, con il suo carico di brutalità sulla popolazione civile, di repressione nei campi di concentramento e di uso di armi proibite. Come per la Libia, anche l’Etiopia espresse un movimento di resistenza all’invasore, attivo soprattutto nelle aree non sotto il diretto controllo italiano.

Proprio in questo contesto, il 19 febbraio 1937, due giovani eritrei della resistenza etiope, Abraham Deboch e Mogus Asghedom, tentarono di assassinare Graziani, nel frattempo nominato viceré d’Etiopia, durante una cerimonia di elargizione pubblica di elemosine nel cortile del Piccolo Ghebì del palazzo Guennet Leul. I due attentatoti lanciarono nove granate verso il palco delle autorità, seminando il panico tra i presenti. L’azione non ebbe tuttavia l’effetto sperato: non ci furono morti trai gli ufficiali italiani (anche se Graziani rimase ferito) e non si scatenò una sollevazione popolare. Piuttosto, la reazione italiana fu immediata e violenta: i militari e le camicie nere di stanza ad Addis Abeba, ma anche i cittadini italiani lì residenti, si lasciarono andare a tre giornate di rappresaglia durante le quali migliaia di civili, assolutamente estranei all’attentato, furono massacrati per le strade o all’interno delle loro case. Riportare una cronaca precisa di quei giorni non è qui possibile: si rimanda all’importante opera di Cambpbell[4], all’interno della quale sono dettagliatamente spiegati tutti gli avvenimenti precedenti e successivi l’attentato, nonché le responsabilità degli ufficiali in loco e del governo fascista di Roma. Quello che però risulta chiaro è il clima di impunità e di totale disprezzo per la vita umana che si instaurarono durante le sommosse: ogni etiope armato (anche di un semplice coltello) o sospettato di appoggiare i ribelli veniva passato alle armi sul posto, le capanne in città vennero incendiate con la benzina e i civili finiti con le bombe a mano. Le violenze di interruppero solo alle 12.00 del 21 febbraio attraverso un manifesto di Guido Cortese, federale ad Addis Abeba, ma le rappresaglie si protrassero per mesi. Tra le più eclatanti vi fu il massacro di Debra Libanòs, città-convento appartenente alla chiesa copta, 100 chilometri a nord di Addis Abeba: tra il 21e il 29 maggio 1937 truppe coloniali italiane attaccarono il sito massacrando monaci, diaconi e laici e seppellendoli in grandi fosse comuni. Dalle comunicazioni inviate a Graziani risultano 449 vittime totali (anche se ricerche successive ipotizzano fino a 1600 morti). Le motivazioni dietro a questa operazione sono da ritracciare nella volontà di Graziani di piegare al chiesa copta e consolidare il controllo sulla regione. Inoltre, l’azione fungeva anche da rappresaglia per l’attentato di Addis Abeba (pare che gli attentatori, dopo la fuga, avessero trovato riparo proprio a Debra Libanòs).

Questi due eventi – ma, così come per la Libia, i grandi scoppi di brutalità si inseriscono in un continuo di violenza e repressione – danno, se ancora ce ne fosse bisogno, la misura della profondità delle violenze italiane nei confronti delle popolazioni autoctone. In particolare il massacro di Addis Abeba ci pone davanti a un bagno di sangue così ingiustificato e incontrollato da renderci perfettamente chiara la totale perdita di umanità di coloro che parteciparono al pogrom.

Proprio a causa della brutalità del fatto, il 19 febbraio è stata proposta come data per un possibile “Giorno della memoria in ricordo delle vittime africane durante l’occupazione coloniale italiana”. Era il lontano 2006 quando un ristretto gruppo di parlamentari avanzò questa, mai ascoltata, idea. Il suo affossamento ci rende chiaro come, nonostante tutto, il lavoro per far riaffiorare alla coscienza il colonialismo nostrano sia ancora lungo e faticoso.

Vittime della strage di Addis Abeba

Riportare a galla il fantasma

Ora ci è chiaro: no, il colonialismo italiano non è stato un colonialismo dal “volto umano”. È stato sicuramente successivo e geograficamente meno esteso rispetto a quello di altre potenze europee, ma non si riscontra nessuna reale missione civilizzatrice o intento umanitario nelle invasioni operate dai nostri nonni e bisnonni, specialmente in Africa. Anzi, come testimoniato dagli eventi libici e etiopici, le occupazioni italiane toccarono picchi di brutalità indiscriminata e di violenza gratuita e disumana non solo nei confronti degli eserciti nemici, ma soprattutto verso l’inerme popolazione civile.

Tale ferocia è dovuta, tra gli altri fattori, alla strategia coloniale italiana (e in particolar modo fascista) che considerava le colonie come uno spazio vitale dove far emigrare i propri cittadini (frenando, di contro, l’emigrazione italiana verso le Americhe). Oltre a ciò, i governi italiani sfruttarono l’avventura coloniale, cominciata peraltro in netto ritardo rispetto alle altre potenze europee, come strumento di legittimazione a livello internazionale: ciò si tradusse nel sentimento di rivalsa liberale e, successivamente, nel fervore nazionalista e apertamente razzista tipico del fascismo.

Visto ciò, resta ancora difficile comprendere come una parentesi così importante della nostra storia venga spesso relegata a fatto di contorno, scarsamente affrontato nelle scuole ed eliminato dal dibattito pubblico. Sicuramente, il ritardo rispetto agli altri paesi e la tutto sommato limitata ampiezza del fenomeno coloniale italiano hanno contribuito a dipingerlo come marginale. Come si è visto, però, la ferocia e brutalità mostrata dalle nostre truppe non hanno avuto nulla da invidiare a quelle di altri paesi coloniali di lungo corso. Un altro elemento di rimozione potrebbe essere stato la precoce perdita delle nostre colonie dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, che ha in un certo modo “estromesso” l’Italia, durante il periodo della decolonizzazione, dal dibattito sulle responsabilità occidentali. È però soprattutto la scarsità delle fonti a non aver aiutato la nascita di un dibattito pubblico sull’argomento: la documentazione ufficiale relativa alla Libia e all’Etiopia era già infatti ampiamente insabbiata in epoca fascista, e gli archivi militari precedenti spesso non accessibili.

Tuttavia, come ipotizzato a inizio articolo, oltre a ciò vi è sicuramente stata anche una sorta di rimozione, un’auto-assoluzione collettiva che ci ha portato negli anni a disegnarci l’immagine rassicurante dell’italiano civilizzatore paterno, con i pantaloni alla zuava e la sahariana color kaki: ci siamo stati, sì, in Africa, ma i cattivi non eravamo certo noi. Tale visione è profondamente radicata e rischia, a mio avviso, di consegnarci una coscienza distorta di noi stessi come popolo, di quello che siamo stati, e delle nostre responsabilità nei confronti degli altri. In breve, di quello che effettivamente siamo.  

E allora, come porvi rimedio? Come riportare a galla il colonialismo italiano con tutto il suo carico di violenza, massacri, stupri e brutalità? Innanzitutto, mostrandola, questa brutalità: nelle poche foto mostrate in questo articolo ci siamo noi. Sono i nostri bisnonni, o i nostri nonni o prozii, che reggono la testa mozzata di un etiope, che posano sorridenti di fronte a una pila di cadaveri bruciati, di un gruppo di ribelli impiccati o di nomadi rinchiusi dietro al filo spinato. C’eravamo anche noi, in Africa, e l’orrore mostrato in queste immagini dovrebbe farci rigettare l’idea di un colonialismo buono o civile.

Poi, sicuramente, è possibile fare memoria documentandosi: in tal senso le opere di Del Boca, Salerno e Campbell sono capisaldi importantissimi per poter meglio comprendere gli eventi, le motivazioni e le dinamiche che hanno guidato i nostri nonni nell’avventura coloniale.

Infine, la memoria è efficace solo quando è esercitata attivamente e collettivamente. Da qualche anno, ormai, sul territorio italiano si stanno moltiplicando le iniziative volte a ricordare e riattualizzare il colonialismo italiano. Tra le tante vi sono i trekking urbani che svelano le origini coloniali di nomi di vie e palazzi[5] o altri eventi volti a mostrare quanto quel periodo storico rimosso sia ancora presente nelle nostre vite. Nel settembre 2020, per esempio, a Bergamo sono stati appesi ad alcune targhe stradali dei cartelli per ricordare come fasciamo e colonialismo siano violenza, anche di genere. Molto interessante, poi, l’iniziativa di Wu Ming 2 e del collettivo Resistenza in Cirenaica che si è prefissata di mappare tutte le vie e le targhe italiane riconducibili al colonialismo[6].

È chiaro, insomma, come fare memoria attiva sia l’unico modo per far affiorare e tornare ad affrontare questo fantasma del nostro passato: solo in questo modo potrà essere possibile riconoscere gli errori dei nostri nonni, facendo così in modo che certi orrori, benché sotto altre spoglie, possano non ripresentarsi più.


[1] Il titolo riprende volutamente l’opera di Angelo Boca Italiani brava gente?  Un mito duro a morire, Neri Pozza, 2005.

[2] Così riferiva l’inviato del francese Excelsior, Cosera, nel 1911; in: E. Salerno, Genocidio in Libia. Le atrocità nascoste dell’avventura coloniale italiana (1911-1931), Manifestolibri, 2005c, p. 31.

[3] Così Gaetano Salvemini definì ironicamente la Libia nel 1911.

[4] I. Campbell, Il massacro di Addis Abeba. Una vergogna Italiana, Rizzoli, 2018.

[5] https://resistenzeincirenaica.com/della-guerriglia-odonomastica/, https://www.wumingfoundation.com/giap/2018/09/viva-menilicchi-tra-un-mese-a-palermo-il-grande-rituale-ambulante-contro-il-colonialismo/ e https://postcolonialitaly.com/

[6] https://umap.openstreetmap.fr/it/map/viva-zerai_519378#6/41.845/16.260

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Questa voce è stata pubblicata il 29 giugno 2021 da in Senza categoria.

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