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Appunti di Cooperazione Internazionale

Aung San Suu Kyi alla Corte Internazionale di Giustizia

A cura di Federica Facchinetti

Nell’ultimo trimestre del 2019 la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) è stata impegnata in una controversia che ad un primo ascolto potrebbe suonare inusuale: Repubblica del Gambia contro Repubblica dell’Unione del Myanmar.

Cosa lega questi due Stati, e cosa li porta davanti al principale organo giudiziario delle Nazioni Unite?
Ebbene, nel novembre 2019 alla ICJ perviene una denuncia per il mancato rispetto della Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio formulata dal Gambia contro il Myanmar.

Palazzo della Pace, sede della Corte Internazionale di Giustizia, L’Aia. Source: Wikipedia

Il Gambia è una piccolissima striscia di terra, infilata nel cuore del Senegal, in Africa occidentale. Nel 2016 è uscito dalla violenta dittatura di Yahya Jammeh, durata oltre vent’anni, e caratterizzata da violazioni sistematiche dei diritti umani che hanno costretto moltissimi cittadini alla fuga e hanno minato la credibilità del Paese nelle relazioni internazionali.
L’iniziativa giudiziaria a cui stiamo accennando potrebbe esprimere proprio la voglia di riscatto sulla scena internazionale e di rafforzamento della leadership sul fronte interno.

A dare voce in questo caso allo stato del Gambia è il suo ministro della giustizia, Abubacarr Tambadou, avvocato per i diritti umani ed ex membro del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda.

Nel 2017 egli si è recato in Bangladesh per l’incontro annuale dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica e dopo aver visitato il campo profughi di Cox’s Bazar, che ospita circa 800mila profughi Rohingya, si è convinto della necessità di dover portare l’istanza di questa popolazione davanti ai piu alti organi giudiziari internazionali. Tambadou usando toni molto duri, ha dichiarato di aver visto grandissime analogie con quanto riscontrato nel Ruanda del 1994, riferendosi al genocidio della minoranza tutsi ad opera dell’etnia maggioritaria hutu.

Questa terribile analogia riguarda i fatti accaduti ad agosto del 2017 nella regione birmana del Rakhine dov’è concentrata la popolazione Rohingya. In questa occasione i militari dell’esercito nazionale birmano hanno iniziato una campagna di violenta e brutale repressione contro la popolazione Rohingya, radendo al suolo moltissimi villaggi e perpetrando violenze efferate contro i civili, giustificandole con la presenza di gruppi terroristici musulmani nella regione.

In pochi giorni centinaia di migliaia di civili fuggono e cercano rifugio nel confinante Bangladesh, altro paese poverissimo e vessato da catastrofi climatiche ricorrenti, e non in grado di sostenere l’accoglienza di profughi, tant’è che presto Myanmar e Bangladesh annunciano il rimpatrio immediato dei rifugiati Rohingya.
I Rohingya sono da secoli presenti in Myanmar, ma non sono annoverati tra le 135 minoranze etniche nazionali, e di conseguenza non godono della cittadinanza: l’opinione pubblica birmana li identifica ancora come bengalesi musulmani ed è proprio la loro confessione religiosa alla base della difficile integrazione in un Paese per l’80% buddista.

Veniamo ora alla figura piu controversa di tutta questa vicenda, quella di Aung San Suu Kyi, che poche settimane fa si è trovata davanti ai giudici della ICJ per difendere dalle accuse di genocidio quello stesso apparato militare contro cui lei si è battuta per decenni attraverso un’opposizione pacifica che le è valsa il Premio Nobel per la pace nel 1991.
Nel 2015 Aung San Suu Kyi trionfa alle elezioni e de facto diventa guida del paese, ma con una parte di governo fermamente in mano ai militari.
Indubbiamente si trova schiacciata tra le pressioni della comunita internazionale e quelle l’apparato interno dello stato. Altrettanto indubbiamente la leader porta la grande colpa di aver strizzato l’occhio al risentimento razzista presente nella popolazione, invece che guidare e modellare l’opinione pubblica nella direzione opposta. Questo atteggiamento ha minato la credibilità della sua figura a livello internazionale, ma internamente ha rafforzato la sua leadership: moltissime sono state le manifestazioni in suo sostegno.

In quanto rappresentante del suo Stato, Aung San Suu Kyi davanti alla CIJ ha negato il genocidio e ha taciuto di fronte alle prove dello sterminio.

Aung San Suu Kyi

Il 24 gennaio scorso la Corte ha stabilito all’unanimità dei suoi quindici componenti, di richiedere con urgenza l’adozione di misure temporanee per prevenire il genocidio della comunità Rohingya.

Sebbene la sentenza non sia vincolante, costituisce la base giuridica per la decisione che dovrà prendere il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che ha il compito di vagliare l’operato della Corte e di decidere su come procedere. Tuttavia la possibilità dell’imposizione di sanzioni sembra per ora lontana, visto il forte legame tra lo stato birmano e la Cina, che in sede di Consiglio di Sicurezza ha potere di veto.

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Questa voce è stata pubblicata il 8 febbraio 2020 da in Diritto Internazionale con tag , , , .
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