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Appunti di Cooperazione Internazionale

La moda passa, lo stereotipo resta. Visti da fuori, un Paese in cartolina

A cura di Silvia Giordano

Dopo l’articolo di Federica Facchinetti di qualche settimana fa, mi sono interrogata sulle tante operazioni di riduzione/adattamento che, dalla letteratura al cinema, dalle serie tv al mondo dei videogiochi, plasmano realtà e rappresentazioni di quell’orizzonte sempre fecondo che è la cultura di un territorio. Oggi vorrei gettare lo sguardo al nostro, con una riflessione a cavallo fra cinema e pubblicità nel tratteggio di un Paese, l’Italia, che da secoli attira l’interesse di turisti e intellettuali da tutto il mondo. Chissà, mi sono chiesta, se una rinfrescata sulle semplificazioni subite in casa non apra qualche domanda su quelle che spesso operiamo verso l’Altro…

“Parlami d’amore, Mariù! Tutta la mia vita sei tu! Gli occhi tuoi belli brillano, fiamme di sogno scintillano. Dimmi ch… Ciak!”

Dolce & Gabbana, registi acclamati della moda italiana nel mondo, interrompono bruscamente le riprese della fittizia scena di un fittizio film, in cui un fittizio modello etero[1], in slip bianco, bacia appassionatamente una modella slacciandole il pezzo sopra del costume bianco, in piedi su una scogliera in riva ai faraglioni di Capri. Di sottofondo solo lo sciabordio delle onde del mare e una romanticissima canzone italiana[2]. Si tratta dello spot di uno dei principali profumi del marchio, che celebra orgogliosamente lo stereotipo attraverso una moda dal gusto pittoresco dell’Italian Style.

Fonte: youtube.com

Meno fortunata una pubblicità con un procedimento creativo analogo in Cina, effettuata dallo stesso brand, in cui una modella locale prova a mangiare, senza successo, con le bacchette una pizza, un piatto di spaghetti[3], un cannolo gigante, circondata da lanterne rosse e cineserie orientaleggianti di fine Ottocento per assecondare generici cliché. Accusati di razzismo[4], i due stilisti sono corsi ai ripari con un video di scuse[5], ripreso a camera fissa e mani sul tavolo, in cui sembrano due ostaggi dell’integralismo della loro moda luogocomunista.

Tralasciando la discutibile, pressapochista e superficiale ironia con cui viene svilita una cultura millenaria, si può riscontrare la simile operazione di riduzione folcloristica pure nella tipizzazione del fascino italiano, altrettanto involontariamente ridicolo. Perché lo stesso linguaggio, utilizzato nell’inverosimile rappresentazione identitaria di una cultura in uno spot commerciale, viene recepito in modo totalmente differente dai rispettivi abitanti? Probabilmente le reazioni suscitate in Cina sono la diretta conseguenza di un paese che non desidera essere dipinto secondo ammiccanti stereotipi, non avendone bisogno grazie a una delle principali economie globali a crescita esponenziale. All’opposto, nell’Italia con lo spettro della stagnazione vi è la pretesa di rivendicare l’attrattiva di un paese, accreditata dal turismo, la cui cultura è abituata a essere rappresentata bidimensionalmente, come il cartonato di un set perfetto per Instagram.

Questo tipo di sintesi iconica, nello sviluppare la fascinazione turistica di un luogo con un racconto per immagini del palinsesto territoriale, trova riscontri nella tradizione artistica italiana, in particolare in un genere pittorico settecentesco quale il Vedutismo, che pone le sue origini in relazione al diffondersi del Grand Tour. Il turismo aristocratico dell’epoca, volto all’educazione e alla formazione dei giovani discendenti europei, incentiva il desiderio di importare feticci di viaggio, come una sorta di souvenir, sia per quanto riguarda antichi reperti, da collezionare e studiare, sia dipinti di paesaggi che celebrano il valore pittoresco di località italiane con viste, o meglio vedute, di città che fedelmente riproducono il gusto per il fascino archeologico, architettonico e naturalistico, delle città italiane. Le cartoline di Canaletto, successivamente spedito pure lui a Londra per posta prioritaria, sono uno splendido esempio di come la riduzione per immagini del fascino culturale di un luogo siano il fascino stesso. L’utilizzo della camera ottica da parte dei vedutisti, come strumento per l’indagine e la rappresentazione fedele del paesaggio, permette inoltre agli artisti di sperimentare un ulteriore genere pittorico, il Capriccio, con opere iperreali virtuosistiche in cui vengono dipinte vedute di fantasia, ideali e ideate appositamente per esaltare le caratteristiche pittoresche degli scorci reali all’interno delle tele.

Questa tradizione alla replicabilità dell’opera d’arte, ad esempio con gli svariati simili scorci di Venezia, nell’epoca della sua non riproducibilità tecnica, aumenta a dismisura e si parcellizza peculiarmente con l’avvento della macchina fotografica prima, della cinepresa poi, dello smartphone adesso. L’Italia continua ad assumere così, nell’immaginario collettivo, un ruolo di primo piano nella rappresentazione di un secondo piano: la scenografia perfettamente evocativa per il turismo di massa.

Un film come Roman Holiday ben traduce la rappresentazione del Capriccio cinematografico hollywoodiano applicato alla Roma del secondo dopoguerra. La capitale liberata dai totalitarismi grazie anche all’intervento delle forze statunitensi, che collaborano con la propria sfera d’influenza alla formazione del neonato governo della Repubblica italiana, si ritrova ad essere il set preferenziale per trasmettere valori universali, prettamente americani, di speranza e positività, dove ambientare una favola romantica. Un amore d’altri tempi rispetto al 1953 stesso, in cui viene girata la commedia, a un solo anno di distanza dalla Roma di Umberto D[6], straziante capolavoro del Neorealismo italiano, i cui ritratti cittadini di vita quotidiana testimoniano le drammatiche condizioni di emarginazione e povertà in cui sopravvive ancora buona parte della popolazione. Situazioni tanto drammatiche da sollecitare la censura del film dall’allora sottosegretario alla Presidenza del consiglio con compiti di supervisione allo spettacolo, Giulio Andreotti[7], in nome del decoro nazionale. Il Neorealismo vedutista si professava comunista, la Democrazia Cristiana capricciosa si confessava di fede, capitalista. Lo scenario da Guerra Fredda in cui si inscrive un prodotto come Roman Holiday, viene vinto da un prodotto ancor più freddo: il gelato italiano che gusta Audrey Hepburn sulla scalinata di Trinità dei Monti.

Fonte: buzz4tours.com

I film hollywoodiani invadono finalmente le sale nell’Italia distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale, esportando il modello culturale ed economico dell’American Dream, e il governo italiano promuove la realizzazione a buon mercato di film di intrattenimento, nazionali e statunitensi, per dipingere una realtà edulcorata dell’Italian Style, destinando fondi pubblici alle produzioni commerciali e riattivando il complesso di Cinecittà[8]. Per ironia della sorte Roman Holiday, una delle prime pellicole delle Runaway Productions prodotta interamente in Italia dalla Paramount, incontra i favori della Democrazia Cristiana nonostante il coinvolgimento di celebrità internazionali tacciate di comunismo dalla caccia alle streghe del maccartismo[9], pur di celebrare la piacevolezza stereotipata dell’italianità. L’idillio della vacanza assolata, il romanticismo nell’aria, la bellezza degli scorci, la maestosità dei monumenti, la bontà del cibo da mangiare rigorosamente con le mani, i tavolini dei ristoranti con le tovaglie a quadri, i baffi da seduttore d’ordinanza delle persone, l’abilità nel gesticolare, il senso di libertà della Vespa. Un film manifesto dell’Italian Style turistico che, insieme al successivo protagonismo di Roma nel jet set internazionale scandagliato da La Dolce Vita di Fellini, mitizza e cristallizza l’immaginario inconfondibile del fascino italiano della città eterna.

La vacanza estiva, come periodo di sospensione esistenziale e temporale, e il generico concetto di rifugio sembrano il miglior modo per rappresentare film di produzioni estere ambientati in Italia (A room with a view, Under the Tuscan Sun, The Talented Mr. Ripley, The Tourist, Letters to Juliet, To Rome with love, Eat Pray Love, A bigger splash, Call me by your name). Come a dire: l’Italia è bella, ma non ci vivrei.

A riprova della fortuna di questo format, un ultimo esempio è dato dal film Call me by your name[10], grazie al quale il regista italiano Luca Guadagnino ha trasformato alcune località defilate della Lombardia, fino ad ora trascurate dal turismo di massa, in nuove mete dei viaggiatori internazionali. In particolare il successo del film, che racconta l’innamoramento e la storia d’amore tra due uomini, ha promosso il turismo gay, per il quale sono stati predisposti dei tour appositi, in una delle regioni con il più alto tasso di discriminazione in Italia[11].

Fonte: vogue.co.uk

La stringente ambiguità che si viene a creare, tra l’immaginario idilliaco sviluppato dal soggetto affrontato in un film e le location in cui viene girato, rischia di generare aspettative disattese, nel momento in cui lo stereotipo perseguito viene a calarsi nella realtà. Casi di cronaca e ricerche campione riportano che alcuni turisti in Italia denunciano di aver subito episodi di razzismo[12], altri non gradiscono il degrado delle città[13], altri ancora non sopportano l’arretratezza delle infrastrutture e la scarsità dei mezzi pubblici. Questi fattori e parametri però non risultano deterrenti abbastanza forti da disincentivare un turismo in costante crescita in Italia, destinazione considerata sicura, rispetto a mete tradizionalmente turistiche con presenze in drastico calo per situazioni di instabilità politica e sociale.

Ricerche del settore riferiscono di una maggiore influenza dei social network nella scelta delle località da parte dei viaggiatori e l’Italia resta un riferimento saldo nell’ottenimento di un riconoscimento virtuale grazie al gradimento dei like: la realtà bidimensionale a cui ci stiamo abituando premia l’apparenza filtrata del fascino di una cultura secolare.

[1] David Gandy.

[2] Di Vittorio De Sica, lui sì uno dei più celebrati registi italiani.

[3] Che poi gli spaghetti sono parte anche della tradizione cinese, non è che non li mangiano con le bacchette.

[4] Video di scuse. Duì bu qi: “Domenico Dolce e Stefano Gabbana apologize”, available at https://www.corriere.it/moda/news/18_novembre_25/dolce-gabbana-effetti-collaterali-da-cinese-vi-spiego-perche-modella-non-ci-piaceva-35e93212-f08f-11e8-93f5-f4e69b527157.shtml?refresh_ce-cp

[5] https://www.mymovies.it/film/1953/vacanzeromane/

[6] https://www.mymovies.it/film/1952/umbertod/

[7] http://trovacinema.repubblica.it/news/dettaglio/vittorio-de-sica-caro-andreotti-racconto-la-realta/427060/

[8] 1949 legge Andreotti

[9] Maccartismo Wyler etc

[10]HuffingtonPost, In Lombardia nei luoghi di “Chiamami col tuo nome”, https://www.huffingtonpost.it/eugenio-spagnuolo/in-lombardia-nei-luoghi-di-chiamami-col-tuo-nome_a_23372669/; esempio di tour: https://www.welfarenetwork.it/cremasco-festival-bike-2019-itinerari-attraverso-i-luoghi-del-film-chiamami-col-tuo-nome-20190828/

[11]L’Eco di Bergamo, Odio razziale e attacchi alle donne. Lombardia maglia nera dei social – I dati, https://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/odio-razziale-e-attacchi-alle-donnelombardia-maglia-nera-dei-social-i-dati_1109526_11/

[12]“L’Italia è bellissima, finché non ci vai e ti chiamano negro”: la denuncia dei turisti vittime di razzismo a TPI, https://www.tpi.it/2019/04/30/razzismo-italia-turisti/

[13]Allarme rifiuti nella capitale, turisti sbigottiti e delusi per il degrado. Incendiati cumuli di immondizia al centro ed in periferia, https://www.jobsnews.it/2018/12/allarme-rifiuti-nella-capitale-turisti-sbigottiti-e-delusi-per-il-degrado-incendiati-cumuli-di-immondizia-al-centro-ed-in-periferia/, 27/12/2018;Monumenti di Roma, atto d’accusa dei turisti “Mai visto un mausoleo tra le erbacce”, https://roma.repubblica.it/cronaca/2011/12/28/news/degrado_di_roma_atto_d_accusa_dei_turisti_mai_visto_un_mausoleo_tra_le_erbacce-27288059/, 27/02/2017

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Questa voce è stata pubblicata il 11 novembre 2019 da in Europa, film, Geopolitica, Senza categoria, Storia con tag , , .
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