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Appunti di Cooperazione Internazionale

DIFFAMO ERGO SUM – Perché non ci piace chi cerca di migliorare le cose?

A cura di Davide Garlini

Vediamo di correre qualche rischio con l’articolo di oggi, vediamo di scuotere qualche coscienza o, per lo meno, innervosire qualcuno, ammesso e non concesso che i qualcuno a cui vorrei rivolgermi si prendano il tempo di leggere questo o qualsiasi altro articolo.

Non lo nego, oggi sono piuttosto arrabbiato! Non che questo sia un problema del lettore, ma vorrei comunque tentare di dar voce a un pensiero che ho da tempo e che, purtroppo, non fa che crescere dentro di me. La sua causa scatenante mi circonda quotidianamente, è nell’aria, nell’etere, la respiro pur cercando di evitarla.

La colpa è di Giovanni Falcone! Di Giovanni Falcone e di Nelson Mandela. Di Anna Politkovskaja e di Ignas Semmelweis. Di Galileo Galilei e di Greta Thunberg. Che cosa hanno in comune queste e purtroppo molte altre figure più o meno conosciute? Personalmente ritengo almeno un paio:

  1. Hanno tentato, in grande o in piccolo, di rendere il loro ambiente e quindi il loro mondo migliore;
  2. Sono stati diffamati per questo.

Come avrete notato ho citato nomi provenienti non solo da diversi contesti professionali e sociali ma addirittura da diversi paesi ed epoche storiche. Il cancro della diffamazione che porta al “ma tanto siamo tutti uguali”, “tanto è tutto un magna magna” esiste da secoli ma molto raramente viene diagnosticato: la vittima muore sola.

Non ho modo in queste poche righe di raccontare di tutti i personaggi che vorrei. Invito chiaramente il lettore ad approfondire ciascuna storia. Scelgo qui di focalizzarmi su due esempi, il più recente e il più fulgido (almeno per un lettore italiano).

L’attivista per lo sviluppo sostenibile e contro il cambiamento climatico Greta Thunberg è in questi giorni sulla bocca di tutti, così come i milioni di giovani le cui coscienze sono state toccate. Nonostante io stesso abbia delle riserve sullo stile di vita e la preparazione culturale della generazione a cui Greta appartiene, ammetto con piacere che il movimento creato dalla giovane svedese è quanto di più concreto ho visto nascere da tempo in favore della lotta al cambiamento climatico e soprattutto del coinvolgimento dell’opinione pubblica nella stessa. È ovvio che questa ragazzina non sia una scienziata, una ricercatrice o una docente (almeno di questo non accusiamola, cosa facevamo voi a sedici anni? Di quali scottanti argomenti ci occupavamo?), ma nessuno più di lei ha però fatto sì che la questione del Global Warming finisse, in un modo o nell’altro, sulla bocca di tutti. La storia d’altronde ce lo insegna: se di una cosa non si parla, quella cosa non esiste e quella cosa non la si risolve.

Tutto ciò, ovviamente, a Greta non viene perdonato! In queste settimane è infatti assai più probabile imbattersi in articoli o post discriminanti piuttosto che di supporto. Meglio screditare piuttosto che ammettere che una teenager ottiene in mezz’ora più attenzione quanta molti di noi ne otterremo in una vita. Meglio screditare, altrimenti come faremmo tutte le volte che gettiamo un mozzicone a terra, o stiamo con le quattro frecce a motore acceso, o qualsiasi altro di quei piccoli gesti quotidiani che mai ci sogneremmo di mettere in discussione? Meglio screditare piuttosto che cambiare. Cambiare è un’arte per pochi.

Giovanni Falcone: “In Italia per essere credibili bisogna essere ammazzati […] L’Italia è il paese felice dove se ti si pone una bomba sotto casa e la bomba non esplode la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere”.

Il magistrato Falcone è probabilmente l’esempio più luminoso dell’eroe diffamato. Tutti noi, chiaramente e doverosamente, ogni 23 maggio ricordiamo l’attentato di Capaci nel quale il giudice, insieme ad altre quattro persone, perse la vita. Si sceglie però di dimenticare, forse convenientemente, che tre anni prima lo stesso Falcone sopravvisse a un attentato sulla spiaggia dell’Addaura. La mattina del 21 giugno 1989 gli agenti di polizia addetti alla protezione personale del giudice trovarono 58 cartucce di esplosivo all’interno di un borsone sportivo. L’esplosivo era stipato in una cassetta metallica, ed era innescato da due detonatori. La bomba, per fortuna, non esplose e Falcone – lo stesso eroe oggi celebrato all’unanimità da un’Italia cambiata ben poco – fu accusato, al grido di “la mafia non sbaglia”, di essersela messa da solo quella bomba, per acquisire notorietà. Di fatti la Mafia non sbagliò, si assicurò di non sbagliare sventrando un’intera autostrada meno di tre anni più tardi.

Personaggi di questo calibro – la storia ne è piena – sono colpevoli per il semplice fatto di essere vivi! Sono colpevoli perché esistono e la loro esistenza porta noi altri a fare qualcosa che non vorremmo mai fare: confrontarci con noi stessi e chiederci che tipo di cittadini e persone effettivamente siamo. Le piacevoli litanie che costantemente ci ripetiamo, senza neppure accorgerci – al suono di “sono tutti uguali”, “i politici sono tutti ladri”, “aiutiamoli a casa loro”, “tanto lo fanno tutti” – vengono momentaneamente interrotte da queste voci. Vengono interrotte dal “fresco profumo di libertà” opposto al “puzzo del compromesso morale” raccontatoci da Paolo Borsellino e dal “how dare you?” (“come vi permettete?”) di Greta Thunberg. Tutto ciò è insopportabile per il cittadino medio, perché lo costringe a mettere in gioco convinzioni su cui ha costruito un’intera esistenza, convinzioni che ha trasmesso ai suoi figli e che non permetterà mai a nessuno di scuotere… meglio la diffamazione!  Meglio dare dell’intellettualoide a chi ne sa più di noi. Meglio dare del ladro al migrante, comodi sul nostro morbido divano. Meglio dare del truffatore o dell’arrogante a uno sconosciuto che scende da un Porsche o una Jaguar piuttosto che chiederci quanto abbia studiato e lavorato per permettersela. Molto meglio dare del carrierista a un magistrato piuttosto che ammettere che di fronte al male preferiamo sempre abbassare lo sguardo. Chi non abbassa lo sguardo è colpevole, perché ci fa notare che noi lo abbassiamo puntualmente. Ma noi non vogliamo notarlo, quindi facciamo l’unica cosa che sappiamo veramente fare bene, vomitare dalla bocca l’unica sintassi che possediamo: sminuiamo, insultiamo, diffamiamo.

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Questa voce è stata pubblicata il 5 ottobre 2019 da in Movimenti sociali con tag , , , .
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