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Appunti di Cooperazione Internazionale

L’odio spiegato dall’Elefante: la crisi del ceto medio occidentale.

A cura di Daniel Cabrini

 

Si parla di economia da tempo e numerosi sono i modelli fino ad ora creati per spiegarne e la crescita. Diverse sono le teorie economiche, dai classici, ai keynesiani, ai monetaristi e così via.

Si dibatte su come si possa creare sviluppo economico e come questo influisca sulla popolazione. Tra i più interessanti libri che ho avuto la fortuna di leggere sul tema della crescita ci sono “Economic growth” di Weil e “Economic development” di Todaro. Questi saggi indagano su quali siano le cause della crescita e come renderla continuativa nel tempo.

Se da un lato però c’è chi insiste su una crescita costante, c’è anche chi critica lo sviluppo incontrollato, come l’economista francese Serge Latouche con la sua teoria sulla decrescita felice oppure l’economista indiano Amartya Sen con i suoi numerosi saggi tra cui l’etica e l’economia. Questi autori riflettono sui quali rischi la crescita incontrollata o l’assenza di etica in economia possano portare alla società nel complesso tenendo in considerazione elementi che nelle teorie liberiste, ad esempio, vengono trascurati, come ambiente o diritti umani.

Per comprendere meglio, aggiungo a queste premesse un grafico che ci mostra la distribuzione del reddito pro capite nei paesi del mondo.

Possiamo osservare come il reddito pro capite per paesi (senza tenere in considerazione la popolazione) sia estremamente ineguale. Dei 192 paesi analizzati, in media, gli italiani si posizionano al 27° posto e fanno parte del 20% più ricco del mondo. Un operaio italiano con uno stipendio di circa 1200 euro netti mensili invece si posizionerebbe al 40° posto (circa 20.000 euro RAL). La media mondiale si attesta attorno ai 10.500 euro annuali lordi; circa come la media turca.

Se si vuole invece tenere in considerazione la popolazione mondiale per reddito, è molto interessante la famosa “Parata di Pen” o “Sfilata dei nani”.

Partendo da questi dati, ci chiediamo come la crescita economica e la globalizzazione abbiano inciso sui redditi delle persone nel corso del tempo. Hanno guadagnato tutti dallo sviluppo o qualcuno è stato escluso? E cosa ha suscitato nelle popolazioni più escluse da questa ripartizione?

Sono molti gli esperti che hanno provato a dare una lettura a questo fenomeno; lontano dall’essere un esperto, in questa sede vi espongo la mia umile interpretazione partendo dal famoso Elefante di Milanovic.

Questo “elefante” nasce da una ricerca nella quale sono stati comparati i livelli di reddito delle fasce di popolazione mondiale nel 1988 e poi nel 2008.  Nel rapporto alla World Bank di Milanovic viene indicata sull’asse orizzontale la popolazione in base al reddito. Sull’asse verticale è invece indicato l’aumento del reddito, per ciascun gruppo, dal 1988 al 2008. In questo grafico vediamo la distribuzione di reddito per paesi (e non per popolazione; per quest’ultima è interessante dare un occhiata alla “Parata di Pen” o “Sfilata dei nani”).

Per essere più precisi, il grafico studia una popolazione che è variata nel corso degli anni e alcuni gruppi occupano una minor/maggior percentuale di popolazione mondiale. Le persone in questi percentili potrebbero non essere gli stessi, potrebbero non appartenere alla stessa classe, ma soprattutto potrebbero anche non appartenere allo stesso paese. Il senso del grafico di Milanovic resta però chiaro: ciò che balza all’occhio da questo grafico è che alcune fasce hanno guadagnato maggiormente dalla globalizzazione rispetto ad altre.

Analizzando l’Elefante in un periodo più ampio, dal 1980 al 2016, osserviamo che la forma è simile ma i rendimenti relativi di ogni fascia di popolazione sono diversi.

Come possiamo notare nel primo elefante, i ceti medi di alcuni paesi in via di sviluppo hanno visto aumentare i redditi tra il 40 e l’80%. In questa categoria fanno parte, tra gli altri, Cina, Messico, Brasile, India. Il 10% più ricco del mondo ha invece guadagnato tra il 30 e il 60%.

Nel secondo elefante però balzano all’occhio i veri vincitori della globalizzazione: i super ricchi.  Guardando infatti il grafico relativo al periodo 1980 – 2016 notiamo come sì, il 50% più povero del mondo abbia catturato il 12% della crescita globale, ma soprattutto come il più ricco 1% del mondo si sia accaparrato ben il 27% della crescita globale. Ciò significa che mentre i poveri stanno cercando di uscire dalla miseria, i ricchissimi hanno sempre più capitale per comprarsi addirittura pezzi di nazioni (se non nazioni intere). Per fare un esempio, Jeff Bezos, con il suo patrimonio, equipara la ricchezza del 59° paese per PIL (Marocco) o la somma degli ultimi 48 paesi del mondo per PIL.

E ora veniamo agli “sconfitti”; a noi, fascia media occidentale e ai poveri dei più poveri del sud del mondo: questi due gruppi sono coloro che hanno guadagnato meno dalla crescita economica degli ultimi decenni.

Questi dati vengono letti da diversi studiosi come una delle cause del malcontento e malessere di questi due gruppi. Il primo gruppo, che non avendo nulla e non avendo visto nessun significativo miglioramento economico, spera di trovare fortuna altrove, in paesi ricchi e democratici: sono i migranti del sud del mondo che affrontano sofferenze e morte pur di raggiungere il benessere.

Il secondo gruppo invece si chiude in sé stesso per paura di perdere o condividere ciò che ha. Perché non è riuscito a cogliere il vento positivo della globalizzazione e ha paura che qualcuno porti via il restante benessere. Noi fascia media occidentale schiacciata tra i nostri stessi plutocrati e le altre classi medie in ascesa. Noi giovani occidentali schiacciati in basso da vecchi privilegi della classe anziana della nostra stessa società.

La paura del cambiamento ha innescato una forte sfiducia e scoraggiamento, con un ritorno del nazionalismo e del populismo, alimentando paura e diffidenza verso l’esterno. Paura di non farcela, di impoverirsi, di essere superati, che si esternalizza con una paura nei confronti degli altri, di chi ci può “rubare il lavoro” e  delle istituzioni sia nazionali che sovranazionali che non vengono capite e anche per questo vengono ritenute un male. In questa situazione generale alcuni paesi occidentali soffrono più di altri; l’esempio è nostrano e racconta dei giovani italiani che subiscono scelte economiche e politiche spesso miopi fatte nei decenni scorsi, che sono state dirette a proteggere gli interessi delle allora numerose fasce giovani votanti e che non hanno saputo cogliere appieno i benefici del cambiamento.

Come si sa, la paura fa perdere la bussola, mette in affanno le persone. E così, senza capire bene perché le nostre classi medie hanno perso terreno e ci si è affidati a chi lanciava proclami diretti al ritorno al passato di gloria, a “prima noi”. Questo clima ha rievocato ideologie obliate e le ha rinominate: il trumpismo negli Stati Uniti, il Front National in Francia, la Brexit, il populismo pentastellato in Italia e una mutazione genetica della Lega che ha trovato un nuovo nemico: dal vecchio meridionale povero etichettato come “terrone” allo straniero povero etichettato come “clandestino”.

Queste ideologie non cessano la propria battaglia: spingere su modelli sbagliati e antisociali, gridare allo scandalo quando la povertà bussa alle porte mentre nasconde da un’altra parte il guadagno estorto al ceto medio, assoggettare i giovani a vecchi schemi ed etichettare come fannullone chi partecipa attivamente al cambiamento. In questo clima fanno paura i poveri, gli emarginati, perché si ha paura di essere contagiati. Contagiati di povertà. E non piace a nessuno. Ma non è questa la soluzione per tornare a sentirsi bene.

In primo luogo, è necessario riequilibrare lo sbilanciamento creatosi tra l’altissima proboscide e il resto dell’elefante (o il gigante nella parata di Pen) più che aver paura di chi, come noi, ha guadagnato meno dall’economia globale. Per questo dobbiamo far diventare la politica quello spazio o luogo di dibattito e di costruzione, dove si possano fare scelte di lungo periodo che apportino beneficio non solo a chi c’è ora ma anche a chi ci sarà domani nel rispetto di tutti. Abbiamo bisogno inoltre di sforzarci a vedere l’economia per quello che è: uno strumento per leggere il mondo e renderlo migliore. Non di certo renderla il centro del mondo. Infine, dobbiamo far sì che la scuola sì rinnovi. In Italia deve uscire dalla crisi dell’abbandono, deve stimolare interesse e permettere ai giovani di studiare almeno quanto i coetanei di altre nazioni. Nei percorsi scolastici non basta inserire “insegnamenti”, serve saper risvegliare il pensiero critico, la riflessione. In questo i giovani hanno saputo/dovuto riattivarsi in altri modi, ad esempio sul tema clima. Tema caro al loro futuro.

E’ necessario cambiare per potersi adattare ai mutamenti del mondo, altrimenti si corre il rischio di rimanerne esclusi e di subirne gli effetti, ma ancora più importante è mantenere saldi i valori che guidano l’essere umano e lo indirizzano verso una società più umana e equa. Non c’è vera crescita senza sviluppo umano.

 

 

 

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