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Appunti di Cooperazione Internazionale

Euroscetticismo – Questione di Psicologia

A cura di Davide Garlini

È una fredda mattina di fine gennaio, il sole splende ma la temperatura è praticamente glaciale. Verso le 10 la mia amica ed ex compagna d’università Giulia Tamagni mi manda un sms:

ho una proposta indecente da farti”.

Le palpitazioni aumentano all’istante, la sudorazione raggiunge livelli imbarazzanti e la testa inizia a girarmi. Potrebbe essere uno di quei momenti cardine della mia vita, un turning point, come direbbero gli inglesi. L’immaginazione inizia a fantasticare e nel giro di pochi istanti non la controllo più.

Entro pochi minuti ricevo ulteriori dettagli e, per mia grande gioia, si tratta proprio di quello che speravo:
Giulia vuole invitarmi ad una conferenza!

E non certo a una conferenza qualsiasi, ma un vero e proprio evento a celebrazione del nuovo gemellaggio tra Montisola (dove Giulia è responsabile del locale ufficio turistico) e la cittadina di Dingli a Malta. Un progetto finanziato dell’Unione Europea e che vedrà 5 giorni di interventi e seminari su differenti tematiche di carattere socio-culturale e geopolitico.

Giulia desidera che io tenga un intervento di circa un’ora sul fenomeno del cosiddetto Euroscetticismo. Da cosa nasce, come si sviluppa, dove risulta più diffuso e radicato, perché dieci anni fa questo vocabolo nemmeno esisteva, ecc. ecc.
Sull’argomento mi ritengo relativamente ferrato ma, per un’occasione di questa portata, di fronte a un audience internazionale e per la quale sono stato scelto personalmente, voglio essere il più preparato possibile e così decido di dedicare le settimane che mi separano dalla messa in atto della proposta indecente a studiare e a documentarmi su tale fenomeno.

Vorrei condividere con i lettori un’analisi diversa sull’Euroscetticismo, una visione che ne identifica le radici più profonde, non tanto nei palazzi del potere di Bruxelles, né tantomeno per le strade di qualche banlieu francese, o in qualche pub di Manchester o Liverpool. Questi sono step successivi, che mai avrebbero la portata che hanno raggiunto in questo periodo senza un silenzioso, ma fondamentale, step precedente.

Cominciamo con i dati oggettivi: Euroscetticismo non è un termine particolarmente antico. Negli Anni ’90 non esisteva neppure. Durante quel periodo infatti l’UE era al massimo della sua popolarità, soprattutto grazie a eventi come la caduta del blocco sovietico e la fine della Guerra Fredda, i quali avevano diffuso una generale sensazione di vittoria e positività, portando anche a un diffuso ottimismo sul futuro condiviso.

Detto questo, se per la storia un paio di decenni sono niente, per la politica sono un’eternità e oggi la situazione è ben diversa. Talmente diversa da indurmi a pormi il seguente quesito: se Jean Monnet si svegliasse oggi cosa penserebbe della sua Europa? Dopo averci riflettuto per giorni, la risposta che mi sento di offrire è che le sue sensazioni sarebbero assai contrastanti. Monnet non saprebbe come sentirsi: da un lato avrebbe l’indubbio piacere di constatare quanto la sua idea, la sua visione, si sia ingigantita, sviluppata, fino a raggiungere proporzioni che nel 1979 – anno della sua scomparsa – Monnet non avrebbe neppure potuto sognare. D’altro canto però, percepirebbe in modo molto netto e tangibile uno scetticismo o in certi casi addirittura un odio verso quella stessa idea, verso quello stesso sogno. Realtà, anche queste, del tutto inimmaginabili nel 1979.

Jean Monnet, padre fondatore dell’Unione Europea Fonte: Google Image

La letteratura offre ben poche definizioni di Euroscetticismo, oserei dire quasi nessuna, e ritengo non sia particolarmente serio limitarsi ad affermare: “beh è quando si è scettici sull’Europa”. La mia fame di risposte va ben oltre e mi auguro anche quella del lettore. Come si diventa scettici sull’Europa? Ancora meglio: come ci creiamo un’opinione sull’Europa, a prescindere che sia positiva o negativa? La cosa non è così semplice, soprattutto se non si vuole cadere in banali generalizzazioni.

La risposta che vi propongo non è necessariamente la più soddisfacente, chissà forse neppure la più corretta, ma a mio modo di vedere è senz’altro la più stimolante, quella che offre (finalmente!) un punto di vista diverso, allontanandosi dai contesti e dagli ambienti citati qualche riga più su ed entrando nell’affascinante ambito della psicologia. Come pensano i cittadini di uno Stato membro? Ci sono parametri compatibili tra il modo in cui uno spagnolo e un olandese sviluppano una propria opinione sull’Unione Europea e sul fatto che il loro Paese ne faccia parte? Oppure un italiano e un inglese, un greco e un lituano… scegliete voi! Siamo di fronte a una sorta di psicologia comunitaria, un’analisi sulla psicologia europea.

Al momento, l’esperta che più ha contribuito a rispondere alle mie domande è la ricercatrice olandese Catherine De Vries, la quale afferma che l’opinione di un cittadino europeo riguardo all’Unione deriva prima di tutto da un profondo processo mentale. Immaginiamo una bilancia, sui due piatti di questa bilancia il cittadino pone:

1. i benefici reali e/o percepiti identificati con l’essere cittadino di uno Stato membro –> il potersi spostare liberamente da un Paese all’altro può costituire un esempio calzante;

2. la sua idea (ovviamente solo percepita) di un ideale Stato alternativo posto al di fuori dell’Unione –> come sarebbe quello Stato? Migliore o peggiore? Certamente non uguale!

In poche parole, ognuno di noi, forse senza neppure accorgersene, paragona da un lato la propria condizione attuale di cittadino di uno Stato membro e quelli che ne sono i possibili vantaggi, e dall’altro la visone, l’idea, la percezione di come sarebbe quel suo Paese se non fosse parte dell’Unione. Non è necessariamente una forma di egoismo, se ritengo che il mio Paese starebbe meglio fuori dall’UE, anche i miei concittadini, in teoria, ne trarrebbero i miei stessi benefici. Ovviamente la parte difficile non sta tanto nel trovare una risposta ai due punti evidenziati, quello è talmente facile da sfociare nel banale, ognuno ha la propria. Ben più complicato – e qui sta il pericolo vero – è assicurarsi che tali risposte siano sufficientemente veritiere, senza cadere invece preda di colpevoli banalizzazioni o visioni stereotipate che, sempre più in profondità, stanno minando il discorso pubblico.

Tornando alla nostra bilancia, a seconda di dove, su scala nazionale, essa andrà a pendere, avremo allora un Paese con maggiore o minore tendenza allo scetticismo. Se l’ago della bilancia si avvicinerà al punto 2 entro certi livelli, tale visione incomincerà a diffondersi e a trovare rappresentanze nel mondo politico (vedi i vari partiti euroscettici formatisi in diverse nazioni europee di recente). Se l’ago supererà quei livelli (l’esempio è fin troppo semplice) avremo una Brexit di turno. Come potete quindi constatare, al di là di come la pensiate, la cosa sta succedendo, la bilancia esiste, e non ho motivi di credere si possa fermare tanto presto.

Questo mio articolo, come spero si sia notato, non intende porsi né a favore né contro nessuna idea di Europa (neppure l’idea di “nessuna Europa”). Come spesso mi capita di affermare: non voglio dirvi come dovete pensare, quello è un problema vostro, ma vi chiedo di pensare!! Se avete un’opinione su questa nostra Europa, chiedetevi come l’avete sviluppata, come ci siete arrivati e quanto solide siano le sue fondamenta, smontatela e rimontatela. Il risultato potrebbe stupirvi.

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