Leggerò Leggero: Appunti di Cooperazione Internazionale

Da Jedda al Napoli di Koulibaly: fermiamo il calcio?

A cura di Stefano Fogliata 

L’introduzione del Boxing Day e delle giornate tra Natale e Capodanno hanno portato con sé la “maxi” pausa della Serie A. 20 giorni di un digiuno forzato a cui non siamo abituati e a cui forse non ci vogliamo abituare.

Fermo il calcio giocato, non ancora entrato nel vivo lo spassosissimo mercato invernale con tutto il carrozzone mediatico, lo spo(r)t dell’inverno 2018-2019 si è materializzato in uno slogan: fermiamo il calcio! Ma non per i 20 giorni da calendario: per un anno, cinque, finché non ci convertiamo, per sempre!

Abbiamo iniziato a leggere ad ascoltare questi inviti la sera di Santo Stefano, quando il difensore del Napoli Koulibaly è stato bersagliato dal vomito razzista partorito dal ventre del Meazza. In Italia ci sono i razzisti, e chi l’avrebbe mai detto in un momento storico in cui il razzismo istituzionale si sta diffondendo a macchia d’olio? Se sommiamo  Brasile e Italia, ci troviamo in mano 9 Coppe del Mondo e 2 governi fascistoidi non per nulla alleati tra di loro. In un ipotetico match giocato al più destrorso, forse perderemmo ai rigori. In stile Pasadena 1994.

Nel frattempo, le articolazioni fuori dal Meazza si portavano via per sempre Daniele Belardinelli, fascista varesino a capo di una coalizione di ultras del Varese, Inter, Nizza ed Hellas Verona scagliatasi armati contro i tifosi partenopei. Due episodi (forse) distinti per questioni logistiche, temporali e per le conseguenze materiali che si portavano dietro, ma che per una strana congiunzione astrale si sono saldate all’interno dell’ampio arco mediatico che proponeva lo stop a tempo indeterminato del calcio.

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E proprio quando il vento delle polemiche si stava placando per lasciar spazio alla telenovela di Higuain a mezz’aria tra Milan e Chelsea, in una giornata di inizio 2019 ci siamo svegliati con la notizia che l’Arabia Saudita non era più il paradiso dei diritti umani. Nonostante un curriculum di tutto rispetto fatto di oppressioni, fondamentalismi, e segregazioni in casa, mentre per quanto riguarda l’export si limitava a guerre sanguinose e cadaveri di oppositori fatti a pezzi nelle proprie ambasciate.

L’Epifania ci è arrivata grazie alla decisione della Lega calcio di Serie A di disputare match di Supercoppa italiana tra Juventus e Milan a Jeddah, in Arabia Saudita. Prima la polemica sui settori divisi per le donne allo stadio durante la partita, poi – per diversi giorni – servizi in tv, alla radio, interviste e articoli sui giornali per cercare di giustificare in senso progressista sul piano dei diritti umani la scelta. Quando bastava dirci che i sauditi pagavano il doppio dei cinesi, e forse ci allungavano anche qualche pieno alla macchina.

Con quella in Arabia Saudita, la Supercoppa Italiana si è giocata all’estero per sette volte negli ultimi dieci anni : quattro nell’ ultra-democratica Cina, due nel Qatar – paese simbolo per i diritti delle donne e dei lavoratori e delle lavoratrici straniere- che ospiterà a breve un Mondiale. E come dimenticare la Supercoppa giocata il 25 agosto 2002 in Libia, alla corte del presidente Gheddafi e del figlio “calciatore” in Italia, tra il Parma di Tanzi prossimo al Crac Parmalat e la Juve prossima a Calciopoli.

Il periodo più buio per il calcio italiano, che da quel periodo di declino a livello internazionale ha fatto una gran fatica a riprendersi. Ma finalmente nel 2018 ecco il Salvatore che porterà il calcio italiano ai fasti degli anni Ottanta e Novanta: Cristiano Ronaldo! In un connubio fatto di  grandi campioni e grandi partite fuori dai confini italiani a suon di milioni. Per una coincidenza astrale, Ronaldo deciderà la Supercoppa in Arabia Saudita proprio nei giorni in cui l’attaccante della Juve patteggiava la pena per evasione fiscale in Spagna con un assegno da 18 milioni di euro diretto alle casse di Madrid. dello Stato. La rinascita, dicevamo.

Razzismo, violenza e diritti negati. Che facciamo? Chiudiamo gli stadi?

Forse – a questo punto – mi viene il dubbio che convenga chiudere tutto.

Col razzismo di strada e quello istituzionale e non da social ci conviviamo ogni giorno. Chiudiamo le strade?Fermiamo i bus dove “gli altri” non vengono fatti salire, sono insultati e/o menati nel silenzio generale?

E, a proposito, con la violenza che ne vogliamo fare? Bombe mafiose in centro a Napoli, raid fascisti nelle periferie, sindaci-sceriffi. Che facciamo? Chiudiamo le pizzerie, le periferie e i comuni?

E che dire dei diritti negati dai bulli che si oppongono per 19 giorni allo sbarco di 49 disperati in balia delle onde. Che facciamo? Chiudiamo I porti o chiudiamo a chiave gli uffici del Viminale?

Il calcio non è un toccasana, non porta valori che non siano quelli della società dove si gioca. Non possiamo romanticamente chiedere al mondo del futbòl – e dello sport in generale-  alcuna funzione liberatoria e civilizzatrice.

E questo non da oggi: che dire dei Mondiali di Mussolini, delle Olimpiadi di Hitler, dei Mondiali argentini tinti di sangue e dei prossimi mondiali in Qatar che di sangue già puzzano? Ce lo ricordiamo il Giro d’Italia partito la scorsa estate in una Gerusalemme a tinte sioniste?

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Il mondo del calcio “globalizzato” riflette i tempi che corrono, e se i tempi corrono male non aspettiamoci un contropiede salvifico orchestrato da CR7. Forse, più che del contropiede, avremmo bisogno de la Mano de D10S. Di uno a cui perdoniamo anche vizi ed evasioni,ma che sul campo sappia ribaltare l’ordine costituito. Che sia l’Inghilterra davanti alle Islas Malvinas o che si tratti di portare una città “reietta” come Napoli al tricolore.

A Napoli Maradona te lo ritrovi ad ogni via. Dal semplice “DIEGO” a caratteri cubitali, ai poster dello scudetto fino ad arrivare ad interi palazzi tinteggiati con la faccia di Maradona.

“Una questione d’appartenenza” recitano i muri di Napoli.

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Ed è proprio l’appartenenza l’ultima frontiera del calcio che ci stanno togliendo, con gli stadi-teatro solo per i ricchi intenti a riprendere l’intera partita col telefono. Quello che abbiamo visto in TV pochi giorni fa siamo noi, e forse stiamo iniziando a capirlo.

Il giornalista Roberto Prinzi commentava così al fischio finale di Juve-Milan:

“(…) nessuno, ma dico nessuno, finora ha sottolineato un aspetto banalissimo sulla scelta vergognosa della Lega Calcio di giocare per la decima volta la Supercoppa a migliaia di chilometri di distanza dall’Italia: lo schifo per aver calpestato la passione di migliaia di tifosi e tifose italiane a cui, nei fatti, è stata imposta una trasferta impossibile in cambio di qualche obolo saudita. Lo stadio a Gedda sarà pure pieno (di ricchi/e sauditi/e), ma non c’è un coro ben organizzato, ma solo un vociare fastidioso. Ci sarebbe un silenzio irreale se non fosse per i rumori della lavatrice saudita con cui si stanno lavando proprio in questi 90 minuti i diritti negati di milioni di persone.”

Una situazione agli antipodi di quella che ho ritrovato tra i 50.000 dello San Paolo per la partita successiva ai fattacci del Meazza, con l’intero stadio a sventolare l’immagine di Koulibaly.

Di un gigante dentro e fuori dal campo, che la notte del 26 commentava così:

“Mi dispiace per la sconfitta e soprattutto avere lasciato i miei fratelli! Però sono orgoglioso del colore della mia pelle. Di essere francese, senegalese, napoletano: uomo”.

Chiudiamo gli stadi? Questione d’Appartenenza.

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