Leggerò Leggero: Appunti di Cooperazione Internazionale

Tornare a casa: l’esperienza Housing First.

a cura di Federica Facchinetti.

Avevo incontrato Margherita nei molti anni di volontariato al Posto Caldo. Ho riconosciuto subito la sua storia e la sua fotografia, quando l’ho trovata inaspettatamente una decina di giorni fa sul giornale.

Leggere della sua decisione di lasciare la strada dopo tanti anni, superare la vergogna e l’orgoglio che le avevano impedito di raccontare le sue difficoltà, e ritornare dai suoi cari, mi ha lasciato un senso di gioia e soddisfazione. Non certo per meriti personali, ma più per un senso di appartenenza a quel mondo dell’associazionismo e del volontariato che sento parte fondamentale della mia formazione umana, e il cui lavoro lento, costante, rispettoso e paziente, a volte raggiunge questi piccoli enormi traguardi.

Fonte: housingfirsteurope.eu

Le persone che come Margherita, per diversissime vicissitudini della vita, si trovano a passare periodi più o meno lunghi senza una casa né un posto dove stare, sono sempre di più. Ve ne sarete sicuramente accorti se vi è capitato di passare nella zona della stazione in orario serale, ma l’evidenza viene comprovata dall’allarmante report stilato da FEANTSA, la Federazione europea di organizzazioni nazionali che si occupano di Homelessness.

La quasi totalità dei Paesi europei registra numeri sempre crescenti di persone in difficoltà abitativa, unica eccezione la Finlandia, che si pone in netta controtendenza. Il Paese scandinavo dal 2008 sta attuando una politica sociale chiamata Housing First: un progetto che iniziò a diffondersi negli anni Novanta negli Stati Uniti, e che si basa sull’assunto principale che la casa è un diritto umano primario.

Questo modello infatti non prevede i passaggi intermedi dell’accoglienza in dormitori o comunità specializzate come precondizione alla possibilità di abitare autonomamente: il nodo cruciale è il reinserimento nella società grazie alla rete che si crea nella comunità circostante all’abitazione in cui si inserisce il destinatario del progetto.

 

Fonte: housingfirsteurope.eu

Quando una persona si trova in una situazione abitativa precaria, come può affrontare con successo i gravi travagli personali che l’hanno portata in strada? Un contesto stabile e sano in cui vivere favorisce una condizione di autostima e tranquillità, che sono fondamentali nella ri-acquisizione di uno stato di benessere psico-fisico.

La prima cosa che mi è venuta da pensare quando ho letto di questo progetto è stata: tutto bello, certo, in un mondo utopico che ha fondi illimitati da destinare alle politiche sociali…ti piace vincere facile!

E invece andando più a fondo mi sono stupita di quanto questo tipo di approccio possa far risparmiare alle casse pubbliche: si dà respiro al sistema di assistenza emergenziale come i dormitori, si riducono drasticamente gli accessi al pronto soccorso e la cronicità di accesso ai servizi sociali, per non parlare dell’abbattimento del rischio di criminalità.

Fonte: quipadova.com

Certo, sono necessarie scelte coraggiose e lungimiranti da parte della politica, e un cambio di priorità in favore del terzo settore e soprattutto del mondo dell’associazionismo. Inutile dire che al momento non sembra ci siano i presupposti per questo tipo di pensiero, ma comunque confido che prima o poi impareremo le lezioni positive che si possono imparare dagli altri Paesi, dalla Storia, dal confronto con esperienze diverse.

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Questa voce è stata pubblicata il 5 gennaio 2019 da in Relazione Stato-Individuo con tag , , , , , .
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