Leggerò Leggero: Appunti di Cooperazione Internazionale

La crisi delle monete. Un breve sguardo dall’Europa al mondo.

a cura di Daniel Cabrini

 

Giovedì si è tenuta la conferenza del presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, in seguito alla riunione del comitato monetario della stessa. Le attese dell’ex Eurotower sono state rispettate, anche se la volatilità e l’incertezza del mercato è aumentata in seguito alla crisi tra Italia e UE. La BCE rimane tuttavia fiduciosa basandosi sull’idea che la crescita dell’Eurozona sarà superiore al potenziale, sebbene i dati siano leggermente inferiori alle aspettative. Per ora.

In questo contesto le decisioni italiane giocheranno un ruolo fondamentale per la stabilità di un continente che dal dopoguerra in poi ha vissuto in tendenziale crescita e pace.

In altre paesi del mondo, non supportati da un sistema si complesso ma al tempo stesso di sostegno come l’Unione Europea, perdura una crisi delle monete nazionali. Ciò è dovuto a diversi fattori peculiari di ogni paese, anche se ne troviamo alcuni comuni come instabilità politica e elevati livelli di prestiti in dollari USA, i quali permettono si l’accesso al credito a basso costo ma allo stesso tempo hanno generato una nuova crisi in molti mercati emergenti.

Partendo dalla Turchia, paese a cavallo tra Europa e Asia, si è visto un significativo deprezzamento della moneta. La Turchia è tra le maggiori economie mondiali, con un rapporto debito/PIL del 53% circa composto per quasi l’80% da dollari americani e 20% da euro, i quali, circa 466 miliardi di dollari, hanno finanziato enormi progetti di costruzione interni.

Durante gli ultimi anni, il debito è stato sottoposto a crescenti pressioni, a causa della situazione politica interna e di frontiera, soprattutto in seguito alla crisi del 2016. Nell’agosto 2016, poco prima del mio viaggio in Turchia, la situazione si incendiò e la crisi politica dovuta al colpo di stato causò un deprezzamento della valuta. Da allora ad oggi, l’inflazione turca è passata dal 7% circa a quasi il 25% pur avendo, la banca centrale turca, aumentato i tassi di interesse e drenato liquidità dal sistema. Restando invariata la situazione politica interna però la crisi non è ancora terminata.

Dovuto al calo di valore, è diventato sempre più costoso rimborsare i prestiti esistenti e è crollata la fiducia della comunità finanziaria internazionale, causando un ulteriore diminuzione del valore della lira. Un deprezzamento della valuta nazionale significa un aumento del costo delle importazioni (dai telefonini, agli abiti, ai servizi, al petrolio e all’energia per molti paesi). Ankara ha compensato la differenza tra esportazioni e importazioni con prestiti esteri garantiti in valuta estera, creando un circolo vizioso di indebitamento.

Berat Albayrak, ministro del Tesoro turco e genero di Erdogan – Fonte: Tgcom24

Allo stesso tempo, anche in Iran, Russia e India la situazione finanziaria globale ha causato un tonfo del riyal, del rublo e della rupia. In Brasile e Cile le valute hanno perso tra il 10 e il 20% del proprio valore, mentre nella già traumatizzata Argentina il peso è crollato del 60% rispetto al dollaro. Da circa 13 peso per acquistare 1 dollaro a quasi 40.

Per proteggersi e ripagare il debito, il governo di Buenos Aires ha adottato nuovi prestiti del FMI, che proprio ieri, 26 ottobre 2018, sono stati approvati per una quota di 56 miliardi di dollari. In aggiunta l’Argentina ha posto in essere un aumento dei tassi di interesse e piani per vendere 500 milioni di dollari dalla propria riserva nel tentativo di ridurre il deficit, ridurre l’inflazione e fermare il deprezzamento della valuta pur mantenendo i programmi di sostegno sociale. Si stima che l’economia si contrarrà comunque del 2,6% e l’inflazione si attesterà attorno al 32%.

Nel vicino Santiago de Chile, il governo detiene 100 miliardi di prestiti in dollari USA, pari al 36% del PIL. Le riserve del paese ammontano però a 37 miliardi di dollari. Il governo di Sebastián Piñera Echenique ha tre volte più debito in dollari USA rispetto alle riserve totali in valuta estera. Il rischio di un contagio tra paesi limitrofi e commercialmente legati è alto.

Last but not least, il Venezuela con la perdurante crisi interna. Il paese è nel bel mezzo di una crisi di proporzioni inaudite che spinge l’inflazione a 488.865 punti. Con gravi conseguenze anche ai vicini peruviani, ecuadoregni e colombiani.

Per farvi capire meglio, nella Germania tra post 1914  l’inflazione crebbe a tal punto che i camerieri nei ristoranti erano obbligati a salire sui tavoli per aggiornare al rialzo i prezzi del menu ogni mezz’ora. Le banconote divennero talmente inutili che i lavoratori dovettero portare con loro carriole per lavorare per riscuotere la loro paga giornaliera, e le mazzette di banconote vennero date ai bambini per giocare poiché più economiche dei giocattoli reali. Questo spiega in parte anche la politica economica tedesca attuale, restia ad ogni forma di inflazione. La memoria non è però per gli italiani.

Una lira italiana- Fonte: https://www.ilmessaggero.it/photos/PANORAMA/18/12/1921812_lira.jpg

Sebbene, come affermavamo a inizio articolo, ognuna di queste valute abbia perso valore nel corso dell’anno per ragioni molto diverse, hanno in comune l’ingente quantità di debito in dollari statunitensi. Poiché gli Stati Uniti hanno introdotto tassi di interesse più elevati, il dollaro forte ha creato sempre più pressione sulle valute locali.

Tutto nasce negli anni ’90, in seguito alla fine della guerra fredda molte economie emergenti spinsero per rinnovare le proprie economie acquistando denaro a basso costo per rafforzare i mercati locali. Da allora, il debito denominato in dollari è cresciuto da 0.642 trilioni a 2,17 trilioni a inizio millennio. Tutto bene nel breve periodo e fintanto che la valuta nazionale resta forte.

Ma siccome le valute nazionali hanno continuato a svalutarsi, il debito è aumentato ed è stato più difficile rimborsarlo. Molti stati non sono stati in grado di soddisfare i loro obblighi finanziari e hanno continuato a prendere a prestito per coprire i prestiti iniziali. Queste misure hanno permesso alla bolla del debito di continuare a crescere. Alla fine del 2017, il valore nominale del debito in dollari USA al di fuori degli Stati Uniti si attestava a 11,4 trilioni.

Non è difficile immaginare come questa bolla del debito minacci gli stati che non hanno le capacità monetarie per affrontare il problema. Quello che è successo in Turchia, ma anche in Iran, Russia, Argentina, India, Sud Africa ecc può espandersi in altri paesi. Un possibile caso di questo tipo potrebbe essere il ritorno alla moneta nazionale di un paese debole in Europa, come la lira in Italia.

Alcune misure più ortodosse, come alzare i tassi di interesse o introdurre controlli sul capitale sono solo una soluzione a breve termine. Senza parlare della svendita di beni nazionali. Allo stesso tempo il rifinanziamento con altro debito porta richieste che spesso violano la sovranità nazionale.

Per la Turchia, così come potrebbe accadere per l’Italia, sarà necessario trovare nuovi prestiti e nuovi investimenti provenienti da altre nazioni. Nel caso di Ankara, la Cina si è fatta garante di una parte di debito ma con il rischio che le imprese statali di Pechino entrino nei settori chiave pubblico e privato, non essendo comunque sicuri di riuscire a coprire i 200 miliardi di dollari per coprire il debito a breve termine dell’anno prossimo.

La qualità della politica e delle relazioni con mercati e altri paesi, in questi casi, hanno un’importanza vitale. L’isolamento e la creazione di frizioni non hanno tendenzialmente un effetto positivo, soprattutto perché alla fine chi deve pagare le conseguenze sono le fasce più fragili della popolazione.

E mentre molti dei governi accusano Washington di guerra economica, una verità è che la maggior parte di questa crisi valutaria si è auto-inflitta.

L’Unione Europea è fatta di legami – Fonte: Shutterstock

Quali saranno gli scenari futuri per i paesi in situazioni di stress finanziario? E soprattutto, quali per i cittadini?

Mi auguro che la politica del bel paese riesca a cambiare rotta, iniziando ad operare nel buonsenso e nell’interesse dei cittadini, giungendo ad un accordo che permetta il mantenimento delle normali relazioni e nella proficua continuazione di un sistema come l’Unione Europea che, valutando la situazione politica ed economica mondiale, può fare da porto sicuro e da faro guida per altri paesi.

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