Leggerò Leggero: Appunti di Cooperazione Internazionale

Montagnini per forza

A cura di Giulia Tamagni

Ah, la montagna!

Sono nata e cresciuta in montagna e fino alla maggiore età sono sempre stata troppo attratta dalla vita della città da non accorgermi di quanto fosse bella la montagna, di quanto fosse liberatoria, di quanto fosse intima allo stesso tempo ma soprattutto della sua solidità. Grazie, lo so anche io che da lì le montagne non si spostano (che poi ci sarebbe da discutere anche su questo…). Parlo di solidità quotidiana, lei è lì, ti osserva, ti protegge, ti aspetta. E tu cresci. E allora capisci che la montagna è molto di più di quello che hai sempre visto.

Fotografia presa dalla pagina Facebook “Gente che va in montagna una volta l’anno e si sente Messner”

La montagna è un rifugio per tutti, non fa distinzioni.

In momenti di crisi come quello che stiamo vivendo, come tanti altri in cui abbiamo siamo vissuti, la montagna è sempre vista come un punto 0, un modo per ripartire, per ritornare alle origini e darsi una seconda possibilità. Io ero lì, quando nel 2008 iniziarono ad arrivare i primi migranti che scappavano dalla fame, dalla miseria e dalla guerra e, volenti o nolenti, si ritrovavano ad avere il loro punto 0 in montagna. Per questo mi sono molto avvicinata al tema della migrazione e dell’integrazione sulle aree montane, facendone per altro tema della mia tesi triennale.

Appassionata di montagna come sono, mi sono imbattuta recentemente in questo studio condotto dalla rivista Dislivelli e dall’Università Bicocca dal tema “Montanari per Forza. Che cosa possono fare le montagne italiane per gli immigrati stranieri, e che cosa possono fare questi ultimi per le nostre montagne?”

Cito testualmente l’introduzione del numero 64 del webmagazine Dislivelli di febbraio 2016Si tratta di 350.000 stranieri, persone provenienti in gran parte da Paesi extra-UE a forte pressione migratoria, regolarmente residenti, a gennaio del 2014, nei 1.749 comuni italiani compresi nell’area territoriale della Convenzione delle Alpi. […] Accanto a questo fenomeno, oggi, se ne affaccia un altro destinato a rubare la ribalta dei media: l’arrivo di numeri sempre crescenti di cittadini in cerca di rifugio politico nei paesi europei, Italia compresa, in fuga da guerre, persecuzioni e carestie. Una vera e propria emergenza nazionale, che vede coinvolti anche un numero sempre crescente di comuni e organizzazioni sociali nel territorio montano nella corsa all’accoglienza dei bisognosi. Qualcuno sostiene che questa sia un’occasione, e che l’accoglienza temporanea, se adeguatamente accompagnata con progetti per l’inserimento socio-lavorativo, possa divenire definitiva, donando nuove residenze a territori soggetti ancora oggi allo spopolamento“.

Si evince da queste parole (ma lo si evince anche da una semplice passeggiata in montagna) che la montagna ha sempre più bisogno di essere ripopolata, senza contare che, come abbiamo già detto, la montagna offre un ottimo punto d’inizio per chi cerca una seconda occasione. In un’intervista di Redattore Sociale a Maurizio Demattesi, presidente di Dislivelli, si legge “Di nuovi abitanti, del resto, ce ne sarebbe fin troppo bisogno nei comuni montani; che in Italia – pur rappresentando i tre quinti del territorio nazionale – ospitano appena un quinto della popolazione totale. La sfida è trasformare questi ‘montanari per forza’ in ‘montanari per scelta’. Perché all’inizio nessun rifugiato  è troppo felice di essere destinato a un comune montano: la meta, in genere, è rappresentata dalle metropoli nord-europee come Stoccolma o Berlino.  Ma, col tempo, qualcuno inizia a rendersi conto che – laddove nelle città spesso regnano pregiudizio e diffidenza e i confini europei sono sempre più blindati – in montagna, al contrario, c’è un gran bisogno di loro.”

Val Brandet – Sant’Antonio di Corteno

I due articoli sopra citati sono portatori anche di esempi concreti di come questo fenomeno, sempre più diffuso, possa effettivamente essere la risposta alla duplice richiesta di ripopolamento e nuovo inizio. Una in particolare ha attirato la mia attenzione, sfortunatamente per un episodio che non avrei mai voluto fosse giunto alle mie orecchie.

E’ la storia di Agitu Idea Gudeta, 37 anni, che da 5 anni alleva capre felici in Trentino (voi le avete mai viste le capre felici? ti sciolgono il cuore. Tutti dovremmo avere in mente una capra felice). Quando aveva 18 anni è venuta in Italia per studiare sociologia all’università di Trento per poi tornare in Etiopia, da dove nel 2010 è stata costretta a scappare perché aveva ricevuto minacce da parte del governo. In Trentino, nella valle dei Mocheni, gestisce appunto un allevamento di capre e un caseificio: undici ettari di pascoli e ottanta capre da latte. “L’idea era recuperare le razze caprine autoctone e valorizzare i terreni del demanio, abbandonati dagli allevatori locali nel corso degli ultimi decenni”, racconta in un’intervista a Internazionale. Dalla scommessa ai riconoscimenti, come quello per la Resistenza casearia di Slow Food e il Miglior prodotto per il Trentino. Nel 2015 Agitu e i suoi formaggi hanno rappresentato la regione all’Expo di Milano.

Agitu Idea Gudeta – Credits lacaprafelice.com

Successo che però, evidentemente, da molto fastidio ad alcuni. Da alcune settimane infatti Agitu riceve minacce razziste, trasformatesi poi recentemente in aggressioni fisiche per lei e il richiedente asilo maliano che aiuta Agitu nell’azienda. Pur essendo in Italia da molti anni, dichiara sempre in un’intervista ad Internazionale, non ha mai subito minacce di questo tipo e non aveva mai temuto per la sua vita, ma recentemente le cose sono cambiate. Ora ha paura.

Complice il clima rilassatamente razzista del governo attuale?

Impossibile da dire. Quello che però è impossibile non constatare è che la montagna ha sempre più bisogno di persone come Agitu, da proteggere, da curare, da amare, che siano in grado di riportare all’attenzione di tutti l’importanza che la montagna riveste in momenti socio-economici come quello attuale.

Niente di male, dunque, ad essere un po’ montagnini (termine dispregiativo con il quale si chiamano le persone di montagna, tacciandole d’ingenuità. Termine del quale vado, per altro, molto fiera).

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Questa voce è stata pubblicata il 8 settembre 2018 da in Ambiente, economia, Migrazioni con tag , , , .
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