Leggerò Leggero: Appunti di Cooperazione Internazionale

L’uscita degli USA dal Consiglio per i Diritti Umani ONU: è crisi per il multilateralismo?

A cura di Andrea Sem Castelli.

Nell’immaginario politico due eventi politici accaduti in questi ultimi anni, rispettivamente la Brexit e l’elezione di Donald Trump, testimoniano un’inesorabile spinta verso relazioni internazionali sempre meno multilaterali. Tale crisi, inoltre, è indubbiamente sostenuta e veicolata attraverso un frequente corollario di politiche e slogan esclusivamente nazionali e reattive, che compromettono gli indubbi sforzi passati comuni per una cooperazione efficace.

Con l’elezione di Trump si sono aperte le incognite sulla tenuta democratica delle relazioni internazionali nella preoccupazione di possibili emulazioni del presidente americano che ha fatto dell’improvvisazione e della normalizzazione della paura la sua ragion d’essere. È proprio la paura tuttavia, come ci insegna la storia, ad averci condotto spesso all’odio e alla violenza, se non a veri e propri conflitti armati.

Angela Merkel e Donald Trump all’ultimo G7 (Fonte: Steffen Seibert – da Twitter)

Meno spazio è stato, invece, destinato alla riflessione circa il multilateralismo come modello partecipativo di condivisione dei rischi e della ricerca di possibili soluzioni a problemi non più locali ma globali.

Quella del multilateralismo è una crisi che senza dubbio non nasce con Trump o con l’UK Indipendent Party, promotore della Brexit nel Regno Unito, che hanno certamente contribuito ad accentuare, ma è frutto di un’evoluzione politica che da decenni si è insinuata nel panorama internazionale. Semplificando al massimo ma rendendo più concreta la situazione, il multilateralismo vacilla proprio nel momento in cui la multipolarità ha la meglio. Non esiste, ad oggi una vera e propria teoria della multipolarità nel campo delle relazioni internazionali, ma ci basta sapere che il processo della globalizzazione ha indubbiamente trasformato il ruolo centrale dei paesi occidentali: nuovi concorrenti regionali e blocchi di potere ideologici o economico-finanziari hanno acquisito negli ultimi tempi sempre più legittimità politica.

La svolta protezionistica statunitense, la rigida politica estera Russa, un’Europa che sembra avvilupparsi su sé stessa per egoismi non troppo nascosti o per la fatica di stare al passo con le mutazioni in atto e un G7 messo sempre più in ombra da altri meeting internazionali (come quello tra Russia e Cina, presso la Shanghai Cooperation Organization o tra USA e Corea a Singapore avvenuti entrambi agli inizi di giugno 2018) sono tutti esempi significativi di questa trasformazione in atto all’interno delle relazioni internazionali.

Un altro dato su cui vorrei porre l’attenzione è la spregiudicata disinvoltura degli Stati Uniti nel loro progressivo disimpegno all’interno delle Nazioni Unite: è stato previsto un taglio del 40% dei finanziamenti statunitensi destinati all’Onu e ciò avrà pesanti conseguenze sul funzionamento dell’organizzazione internazionale stessa, dato che dipende del 22% proprio da tali sovvenzioni.

Inoltre è stata confermata il 19 giugno scorso, la presa di posizione statunitense di non partecipare più al Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu (UNHRC). La motivazione addotta dall’ambasciatore statunitense all’Onu Nikki Haley è la contrarietà a far parte di un organismo “ipocrita ed egoista” – sottendendo la contrarietà ai frequenti richiami dell’UNHRC contro le violazioni perpetrate da Israele nei confronti della popolazione palestinese.

L’UNHRC è uno dei più importanti organismi intergovernativi esistenti all’interno del sistema ONU alle dipendenze dell’Alto Commissariato dei Diritti dell’Uomo. Il suo principale obiettivo è quello di affrontare le violazioni dei diritti umani. Istituito nel 2006, ha sede a Ginevra, conta 47 Stati membri eletti per una durata di tre anni e sono divisi per gruppo regionale. Questi membri hanno il diritto di voto e durante le tre sessioni regolari annue, a cui si possono aggiungere sessioni straordinarie per casi di efferata violazione dei diritti umani, adottano risoluzioni e passano in rassegna la maggior parte dei diritti umani violati, strumentalizzati o negati nel mondo. Non solo esso funge da luogo privilegiato in cui gli esperti indipendenti e gli special rapporteurs dell’Onu riportano annualmente agli Stati Membri lo stato attuale circa le più disparate condizioni di vita delle persone nei cinque continenti, ma è anche un’ottima opportunità per le organizzazioni non governative di portare avanti istanze spesso dimenticate. Sicuramente è un organismo che, data la sua giovane costituzione, necessita di perfezionamenti e adeguamenti che solo il tempo saprà consigliare, ma è proprio stando al suo interno che si contribuisce al suo miglioramento.

Sebbene l’uscita da questo consesso da parte degli USA non dovrebbe sorprendere dato il disprezzo dimostrato nei confronti dell’Onu da parte dell’amministrazione Trump (e dati anche i precedenti, come il boicottaggio dello consiglio da parte di Bush jr. durante gli ultimi tre anni della sua amministrazione), tale presa di posizione lascia trasparire un triste messaggio di strumentalità dei diritti umani, relativizzandoli e negando di fatto ogni tipo di dialogo costruttivo. Se l’amministrazione statunitense avesse voluto a tutti i costi compiere una dimostrazione d’effetto per catturare l’attenzione altrui, sarebbe bastato cambiare il suo status all’interno dello stesso UNHCR qualificandosi come osservatore non votante.

Questa scelta, unita all’addio all’UNESCO, l’uscita dall’accordo sul clima di Parigi e dall’accordo con l’Iran sul nucleare, non fa altro che creare ancora di più un clima teso e di diffidenza internazionale, oltre a creare precedenti controproducenti per un mondo che vuole riunire le forze necessarie per far fronte alle sfide future di tutta l’umanità.


Andrea Sem Castelli è ora di base Ginevra, presso le Nazioni Unite, dove applica la sua passione per i sistemi politici contemporanei partecipando al Servizio Civile Internazionale a beneficio di una ONG che si occupa di Diritto allo Sviluppo e di Diritto d’Asilo. Cinefilo e amante del trekking e della buona musica, è uno dei coordinatori di “Scuola We Care”, un network inter-associativo bergamasco che ha come obiettivo la diffusione dell’educazione civica e dei principi della Costituzione della Repubblica Italiana tra i giovani.

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Questa voce è stata pubblicata il 29 giugno 2018 da in diritti umani con tag , , , , .
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