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Photojournalism: intervista a Giovanni Diffidenti

A cura di Laura Cicirata

Giovanni Diffidenti è un fotografo nato a Bergamo nel 1961.
Come ci racconterà durante l’intervista, la sua carriera di photojournalist ha preso vita a Londra nel 1983. Ha dedicato molti anni della sua vita professionale a testimoniare il dramma delle vittime delle mine anti-uomo in Cambogia, Mozambico, Angola, Sudan, Laos, Afghanistan, nei Balcani, in America Centrale, Colombia e negli Stati Uniti; ha inoltre collaborato con campagne di sensibilizzazione nei confronti dei malati di AIDS, Malaria e ha seguito da vicino alcuni istanti della vita all’interno di campi profughi in diversi Paesi. Ha lavorato a stretto contatto con Organizzazioni Internazionali e ONG impegnate nella difesa e nella tutela dei diritti umani.
Ha collaborato e talvolta collabora tutt’ora con agenzie come Associated Press, Agence France Press, Reuters e le sue foto sono state pubblicate da numerose testate nazionali e internazionali: The Independent, The Sunday Times, The Guardian, Newsweek, The New York Times, Io Donna, Panorama il Corriere della Sera, Internazionale.
Ascoltare le parole di Giovanni è come viaggiare con gli occhi di qualcun altro, stando seduti e immaginando i suoi racconti.

Giovanni Diffidenti, foto di ©Paolo Vezzoli

“La passione della fotografia è nata per caso o c’è stato un percorso formativo strutturato alle spalle?”

“Non sono mai stato un cosiddetto alunno modello (cosa si intenda con questo termine, poi, è molto relativo, ma comunque…), ho finito le scuole con non poche difficoltà (ma sempre promosso in tutte le materie) e a causa di necessità economiche, a 14 anni, ho cominciato a svolgere diversi lavori per aiutare la mia famiglia, tra i quali: saldatore, fresatore, manovale; mi è sempre piaciuto lavorare e in ogni cosa ho sempre messo molta passione e curiosità, non mi ha mai spaventato la fatica.
A 23 anni sono partito per l’Inghilterra in cerca di fortuna, l’idea era quella di partire per una sorta di vacanza, poi, in realtà ci sono rimasto per quasi 10 anni. Anche lì non ho perso tempo: ho lavorato come lavapiatti in un ristorante, non era facile trovare i soldi per andare avanti ma ho avuto fortuna: un giorno sulle sponde del Tamigi ho trovato un anello d’oro, in quel periodo di ristrettezza economica non ci ho pensato due volte: l’ho venduto e con quello che ho ricavato ho potuto sopravvivere fino a che non ho trovato lavoro nello studio di un fotografo professionista come assistente fotografo.
Non sapevo assolutamente niente di fotografia all’epoca, ma mi aveva sempre attirato e incuriosito, volevo approfondire questa passione che mi nasceva da dentro ma che non avevo mai coltivato fino a quel momento. Ho dovuto bussare a molte porte poi un giorno mi sono ritrovato a lavorare in uno laboratori fotografici più famosi, dove ho avuto la possibilità di vedere all’opera celebri fotografi come: Don McCullin, Lord Snowdon, Mario Testino e molti altri.

Ho poi lavorato nel campo della pubblicità ma, sebbene fosse un lavoro stimolante e per certi versi creativo, sentivo che non mi bastava; quando lavoravamo all’estero per qualche servizio pubblicitario, durante le pause, correvo per strada a fotografare la gente, i momenti quotidiani, gli aspetti che più mi incuriosivano, le espressioni: sentivo la necessità di stare in mezzo alla gente.
In occasione del rimpatrio della prima famiglia cambogiana che rientrava da un campo profughi thailandese dopo la fine della guerra, sono stato chiamato, insieme ad una troupe che girava un documentario, per fotografare quell’avvenimento: sono rimasto 2 anni e mezzo in Cambogia, affascinato da questo bellissimo Paese e da lì ho vissuto in diversi Paesi, quali: Mozambico, Angola, Afghanistan, Kosovo, Libia e ho viaggiato in molti altri.”

“Il tema dei diritti umani è particolarmente presente nel tuo percorso lavorativo, da cosa nasce questo interesse?”

“Ho sempre nutrito un forte interesse per gli aspetti più fragili dell’esistenza umana, per la sofferenza, la tragedia, la solitudine, anche per questo motivo ho sempre trovato naturale recarmi in luoghi di conflitto come l’Afghanistan durane il regime dei talebani, in Kosovo, in Angola, in Libia. Il mio primo lavoro di fotogiornalismo l’ho svolto su uno studio delle mine-antiuomo, in seguito ho svolto lavori nei territori colpiti dal terremoto in Italia, documentari sull’AIDS, sugli incidenti stradali.

Latifa, che ha perso la gamba sinistra a causa di una mina, cuoce il pane aiutata da una vicina nella casa di Kabul. Afghanistan 1998. Foto di Giovanni Diffidenti 

Il mio intento, però, non era quello di fotografare scene di difficoltà o disagio per poi presentarle al mondo e spettacolarizzare la sofferenza altrui, al contrario, il mio intento è sempre stato vincolato al rispetto della persona e dello spazio necessario di ognuno. Ho sempre cercato di raccogliere i dettagli che spesso passano inosservati, per catturare la contemporaneità di gioia e dolore nello stesso momento che caratterizza la vita di tutti, in ogni istante.
Per esempio, durante un bombardamento in Libia, mentre ci riparavamo in un luogo più o meno sicuro, preoccupati e spaventati, mi sono sentito chiamare con un colpetto alla spalla e girandomi mi sono trovato di fronte un signore con in mano un cabaret di pasticcini, pronto ad offrirmene uno. La contingenza della guerra non aveva bloccato la quotidianità della gente che ci vive, costretta a reinventarsi per sopravvivere e cercare di vivere una vita che dia la serenità di cui ognuno ha bisogno. Questo aspetto mi ha colpito molto, e mi ha aiutato a vedere molte cose da diversi aspetti, a cui non avevo mai pensato.”

“Oggi cosa fai?”

“Dopo parecchi anni trascorsi in contesti pericolosi, ho deciso di dedicarmi anche ad altri progetti, pur continuando a recarmi sul campo; oggi vivo (semi) stabilmente in Italia e mi sposto periodicamente per i miei lavori e le mie ricerche.

Oggi collaboro con il Corriere della Sera di Bergamo per la rubrica il “Fotoeditoriale di Giovanni Diffidenti”, e al momento ho in cantiere diversi progetti: un servizio su Bengasi, dove ho vissuto dal 2011 al 2012, oltre che in altre città libiche, durante la cosiddetta “Primavera araba”, l’avevo lasciata per lo più intatta, a distanza di qualche anno ci sono tornato e una parte della città non esiste praticamente più, completamente distrutta dai bombardamenti.

Veduta di uno dei quartieri più distrutti del lungomare di Bengasi. Libia 2018. Foto di Giovanni Diffidenti

Inoltre mi sto occupando di un tema a me molto caro che da un po’ di tempo mi sta particolarmente a cuore: in Sudan c’è una popolazione che si chiama Nuba Mountains People, vive nell’area del Sud Kordofan per raggiungerla è necessario attraversare un percorso molto difficile, e dal punto di vista logistico molto complesso. Queste persone vivono in condizioni estremamente precarie, in una terra sempre ferita dalla guerra, la loro situazione mi ha davvero colpito, non ho potuto fare a meno di raccontare la loro situazione al mondo che ignora persino l’esistenza di questa popolazione. Questo reportage è stato pubblicato Human Rights Watch e Amnesty International per sensibilizzare alla causa di queste persone, costrette a vivere in situazioni al limite della sopportazione.”

Un bambino di 10 anni ferito durante una bomba sganciata dal Governo Sudanese nel villaggio di Ragafi. Sud Kordofan, Sudan 2015. Foto di Giovanni Diffidenti

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Un commento su “Photojournalism: intervista a Giovanni Diffidenti

  1. maurotamagni
    16 giugno 2018

    Molto coinvolgente.

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 8 giugno 2018 da in Human rights con tag , , , , .
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