Leggerò Leggero: Appunti di Cooperazione Internazionale

Cosa mettiamo oggi nel piatto?

A cura di Alessandra Cominetti

Uno dei maggiori trend degli ultimi anni è la dieta vegetariana – in tutte le sue varianti – che pare metta d’accordo più di 375 milioni di persone al mondo.
Negli Stati Uniti si definisce vegetariano il 4% degli uomini e il 7% delle donne, in India i vegetariani sono il 31%, mentre in Europa pare che il numero di persone che hanno eliminato la carne dalla loro alimentazione siano circa il 10%.

Le ragioni di adesione a tale regime alimentare sono molto diverse e a volte antiche.
In alcuni Paesi, l’India innanzitutto, il vegetarianesimo risponde a precisi dettami di tipo religioso secondo i quali si crede nella reincarnazione e si professa la non-violenza nei confronti di tutte le specie viventi.

Molte persone, invece, abbracciano il vegetarianesimo a causa dell’amore e dell’empatia che provano nei confronti degli animali, arrivando in alcuni casi a parlare di antispecismo, la teoria secondo la quale non è giusto attribuire un diverso valore e status morale agli individui basandosi unicamente sulla loro specie di appartenenza.

“Gli animali sono miei amici, io non mangio i miei amici”
George Bernard Shaw

Sempre più numerose sono poi le persone che decidono di rinunciare alla carne per mantenersi in salute: pare che abusare di alimenti a base di carne aumenterebbe il rischio di tumori e altri tipi di problemi al nostro corpo, come malattie cardiovascolari, problemi ai reni e colesterolo in eccesso.

Passiamo ora alla mia categoria preferita – anche perché ne faccio parte – i vegetariani per il Pianeta.
All’interno di questa categoria possiamo includere tutte le persone che rinunciano alla carne sia per motivi prettamente ecologici, sia chi reputa che il consumo eccessivo di carne, oltre a danneggiare il pianeta e a consumarne le risorse, riduca drasticamente la possibilità di accesso ad un’alimentazione sufficiente e dignitosa per tutte le persone nate dalla parte “sbagliata” o sfortunata del mondo.

La comprensione delle ragioni dei “vegetariani per il Pianeta” è un poco più laboriosa e necessita di essere spiegata utilizzando qualche numero, vediamo di cosa si tratta.
Gli allevamenti occupano oggi circa il 30% della superficie terrestre: perlopiù si tratta di pascoli, ma è incluso anche il 33% della terra coltivabile che viene utilizzata per produrre gli alimenti destinati al bestiame. L’allevamento è, proprio per questo motivo, una delle maggiori cause della deforestazione, specialmente in Sud America, dove circa il 70% di quella che prima era foresta amazzonica è ora terreno destinato al pascolo degli animali.

La tabella seguente spiega in modo esaustivo e semplice come i prodotti di origine animale richiedano, a parità di peso, un consumo idrico maggiore per la loro produzione. Lo stesso discorso vale per il consumo idrico necessario per produrre una caloria di cibo; in sostanza, per produrre “una caloria di carne” serve venti volte la quantità di acqua necessaria a produrre “una caloria di grano”.
La quantità di acqua necessaria per produrre le proteine del latte, delle uova e del pollo è una volta e mezza la quantità necessaria per produrre la stessa quantità di proteine derivanti da legumi.
Si può quindi concludere, dal punto di vista del risparmio idrico, che è molto più efficiente produrre calorie, proteine e anche grassi dai vegetali piuttosto che dai prodotti animali.

“L’impronta idrica” di alcuni alimenti animali e vegetali in riferimento al peso, all’energia, alle proteine e ai grassi. Mekonnen and Hoekstra (2010)

Il settore dell’allevamento è responsabile del 9% delle emissioni di CO2 derivanti dalle attività umane, ma produce una grande quantità di altri gas serra molto più pericolosi della CO2: ad esempio genera il 65% dell’ossido di azoto derivante da attività umane, sostanza che detiene 296 volte il potenziale di riscaldamento globale rispetto a quello della CO2.
Oltre a questo, l’allevamento emette il 37% del metano prodotto da attività umane, con 23 volte il potenziale di riscaldamento globale della CO2, e il 64% dell’ammonio, che contribuisce significativamente alle piogge acide.

Dopo questa piccola lezione dovremmo aver capito che il consumo di carne e, in misura minore, uova e latticini, porta ad un inesorabile depauperamento delle risorse del pianeta e ad un pericolosissimo aumento dell’inquinamento.

Siamo quindi tutti pronti a rinunciare ai cibi più gustosi, a dimenticare carne, latte, uova e persino formaggi per abbracciare uno stile di vita più etico, sano, ed ecosostenibile. Inizia una nuova dieta a base di vegetali e anche qualche cibo esotico che ci garantisca l’apporto di tutti i nutrienti a noi necessari: soja, seitan, avocado, quinoa e tofu, siamo bombardati da informazioni che ci ricordano quanto siano salutari questi nuovi super-alimenti.

Purtroppo, c’è tutto un altro lato della medaglia: rischiamo di fare più danni rispetto a chi si mangia hamburger due volte al giorno.
Solo a titolo di esempio, la quinoa, alimento principe della tradizione sudamericana, ricca di proteine e facile da coltivare – un ottimo sostituto agli alimenti animali – è diventata ormai troppo costosa per le popolazioni che se ne nutrono da secoli: a loro conviene destinarla ai ricchi mercati europei, ripiegando sul consumo di pasta e riso, decisamente più economici, ma anche con un tenore proteico molto più basso.

Si potrebbero spendere mille parole anche sul delizioso avocado, uno dei cibi più fotografati su Instagram, alimento irrinunciabile per una dieta veggie, sana e trendy. Purtroppo, i soprannomi più comuni assegnati a questo frutto rivelano quanto sia amara la realtà: si parla ormai di “oro verde” o, peggio ancora di bloody guacamole. Il magico frutto è ora così richiesto tanto da divenire più prezioso della marjuana e da attirare l’attenzione dei maggiori narcotrafficanti, soprattutto in Messico. Questo porta i coltivatori di avocado a subire continue vessazioni ed estorsioni da parte di ne controlla ormai completamente il commercio con i paesi esteri.

Bloody Guacamole. Jan-Albert Hootsen

Una piccola nota finale riguardo al seitan autoprodotto, tanto osannato dai promotori della cucina sana e naturale: per prepararne una mini-porzione bisogna consumare tanta acqua quanta se ne utilizza per fare docce per un mese intero. Ecosostenibile?

Sembra una situazione senza via d’uscita, dovunque ci si volta si rischia di non rispettare qualcuno o qualcosa. La mia conclusione? Mangiamo poca carne, o eliminiamola del tutto, ma senza fare affidamento su cibi provenienti dall’altra parte del pianeta. Il punto fondamentale è mangiare alimenti che abbiano fatto la minor strada possibile per raggiungere le nostre tavole e che non abbiano subìto troppe trasformazioni.

E poi, quando sei a cena da un amico che ti ha preparato qualcosa con amore, puoi anche dimenticare i tuoi princìpi, per una volta, e apprezzare il gesto di qualcuno che ha cucinato per te.

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Questa voce è stata pubblicata il 11 maggio 2018 da in Ambiente con tag , , , , .
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