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La memoria dimenticata dei cambogiani

A cura di Federica Facchinetti

Con questo articolo vorrei tornare a parlare di totalitarismi. Perché, se è vero che la storia si ripete, allora forse non ne studiamo mai abbastanza.

Sono passati 39 anni dalla fine del regime dei Khmer Rossi, che in soli quattro anni hanno occupato la Cambogia con il folle progetto di una purificazione “agreste” dalla corruzione intellettuale e cittadina sterminando oltre il 20% della popolazione.

Milioni di persone vennero deportate dalle città alle campagne e obbligate al lavoro contadino; le persone istruite vennero debellate sistematicamente così come le scuole, le attrezzature mediche, i servizi pubblici, le infrastrutture, il commercio (e la moneta), i credo religiosi: tutto eliminato in nome di un egualitarismo forzato, pena l’internamento in campi di concentramento dove si andava per morire, dopo indicibili sevizie e stenti, con l’accusa di essere traditori della patria, corrotti dalla cultura occidentale.

 

Pol Pot è stato un rivoluzionario, politico e dittatore cambogiano, capo dei guerriglieri rivoluzionari della Cambogia, i Khmer Rossi, e primo ministro del paese fino al 1979

Quello su cui però vorrei concentrarmi non è tanto la storia, facilmente reperibile in un documentario o in una pagina Wikipedia. Quello su cui mi sono interrogata è il dopo: la somatizzazione, la rielaborazione che un popolo deve necessariamente affrontare dopo un vissuto traumatico. Le singole persone possono rivolgersi a un terapista, a gruppi di sostegno, impegnarsi in attività riabilitanti, ma un popolo? Un popolo come può curare le sue ferite?

Penso che la memoria sia in qualche modo una forma di terapia collettiva, con la quale si prova a dare un nome agli accadimenti, con la quale si condividono le esperienze e si crea un’appartenenza nuova, basata sul comune trauma, da cui ripartire.

Non a caso anche Primo Levi ne I sommersi e i salvati si interrogava proprio su queste dinamiche, sul senso di colpa e sulla vergogna provata dai superstiti, dai “salvati”. Come dopo un lutto, la fatica, la sofferenza, la lenta e dolorosa ripresa spetta a chi resta, a chi ce l’ha fatta prima, ma ora deve farcela ancora di più.

La distruzione generata dall’essere soli contro tutti, la fine di qualunque tipo di legame e l’immergersi in una dimensione dove l’unico modo di sopravvivenza è la propria disumanizzazione, necessitano evidentemente di un lungo cammino di ripresa di fiducia nell’umanità, di ri-abitudine al tessere relazioni sociali e sentirsi parte di un gruppo. Un gruppo con una propria identità, un gruppo che mira al bene comune, al suo bene comune.

Ma da dove partire? Da dove ricominciare?

Ripercorrendo la cronologia storica, spicca surreale che nessuno ad oggi abbia pagato per lo sterminio cambogiano: Pol Pot continuò a vivere in latitanza e guerriglia, perseguendo il suo folle progetto fino alla fine e morendo nel 1998 tra i membri del suo partito, che per deferenza continuavano a proteggerlo pur avendolo destituito di ogni di potere.

Di quanti fecero parte degli alti ranghi dei Khmer Rossi, soltanto un comandante venne processato e condannato da un tribunale cambogiano sotto l’egida delle Nazioni Unite per crimini contro l’umanità: parliamo del 2010, trentun anni dopo.

Questa mancanza di un punto fermo alla vicenda ha sicuramente reso più complicato il processo di rielaborazione.

Quel che è certo è che i Khmer Rossi hanno lasciato una popolazione traumatizzata, che oggi occorre riabilitare.

Lavorare sui ricordi è indispensabile per la riconciliazione nazionale, e ad oggi sono ancora le organizzazioni non governative che suppliscono all’insufficienza di una classe intellettuale completamente polverizzata durante il regime.

Secondo una stima del Cooperation Committee of Cambodia nel 2011, in dieci anni sono state create oltre duemila ONG in Cambogia. A loro è delegato l’apprendimento della storia passata, e quindi dirigere la formazione di una coscienza nazionale, di un popolo che ancora non riconosce le sue origini. Emblematico che sia stato possibile insegnare il genocidio sui banchi di scuola solo dal 2010.

 

Locandina First they killed my father, diretto da Angelina Jolie. Interessante esercizio di ripresa di coscienza, racconto e documentazione di quanto vissuto.

A partire dagli anni Novanta, il Paese ha conosciuto una forte crescita economica incentivata dall’assenza di limiti agli investimenti nazionali ed esteri, che però non ha determinato un miglioramento nelle condizioni di vita della popolazione – specialmente quella rurale – che continua in buona parte a vivere sotto la soglia di povertà.

Il patrimonio culturale e urbanistico tradizionale, il legame con la terra di una popolazione prettamente agricola, viene messo in secondo piano, fino a scomparire dietro agli interessi dello sviluppo economico.

Un ruolo chiave in questo cambiamento lo sta avendo la Cina, che dagli anni Duemila ha aumentato costantemente la sua influenza sulla piccola monarchia asiatica. Moltissimi gli accordi economici siglati negli ultimi anni tra Phom Pen e Pechino, che si garantisce così un’egemonia sempre maggiore nel sud est asiatico e rafforza l’arteria meridionale della cosiddetta Nuova Via della Seta.

La dipendenza economica dagli aiuti internazionali e la presenza massiccia di ONG ha in qualche modo protetto la Cambogia per decenni da una deriva autoritaria. Ma sempre più sfacciatamente Hun Sen – Primo Ministro de facto dal 1985 – mantiene il potere con violenza, intimidazioni, corruzione e influenza sui tribunali, accanendosi contro sindacati, media e oppositori politici come confermano autorevoli osservatori internazionali quali Human Rights Watch e Amnesty International.

Più i Paesi occidentali mettono in guardia il governo cambogiano dalle conseguenze che una deriva autoritaria può determinare in termini di sanzioni, più Pechino si stringe in difesa dell’alleato. Questo solido scudo cinese permette a Hun Sen di svincolarsi dagli aiuti europei, e quindi di dare sempre meno peso alle minacce di ripercussioni economiche.

È chiara la volontà istituzionale di focalizzare la propria attenzione sul futuro. Purtroppo non lo è altrettanto la necessità di una lotta consapevole contro l’amnesia storica, che permetta alle nuove generazioni di crescere consapevoli del proprio passato e che permetta anche una lettura critica del loro presente e di quello del loro Paese, alla ricerca del suo bene comune.

Sam Rainsy, leader del principale partito di opposizione (Cambodian national rescue party), dopo l’inatteso exploit alle elezioni del 2013, quando conquista il 44% dei voti. Questo risultato ha determinato una crescente recrudescenza contro tutti gli avversari politici da parte del partito di governo.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 aprile 2018 da in Asia, Storia con tag , , , .
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