Leggerò Leggero: Appunti di Cooperazione Internazionale

Il problema degli aiuti sono gli aiuti?

A cura di Laura Cicirata

Durante la stesura del mio lavoro di tesi ho avuto modo di leggere il libro “La Carità che uccide: come gli aiuti dell’Occidente stanno devastando il Terzo Mondo” di Dambisa Moyo, edito nel 2011 e, devo dire, che mi ha colpita molto.

Dagli anni Ottanta la lotta alla povertà nei paesi in Via di Sviluppo è stata considerata una prerogativa prevalentemente occidentale, una domanda alla quale i paesi industrializzati erano chiamati a rispondere per sanare il loro debito nei confronti delle ex colonie o nei Paesi dove avevano esercitato una forte influenza.

Spesso sarà capitato di vedere trasmesso in qualche documentario o durante qualche ricorrenza il famoso concerto del Live Aid del 1985, organizzato da alcuni personaggi del mondo della musica per sensibilizzare l’opinione pubblica dell’epoca alla fortissima carestia che stava colpendo l’Etiopia e che avrebbe isolato il paese in una morsa di carestie e recessione profonde. A questa chiamata risposero in molti: personaggi del cinema, politici, intellettuali, gente comune.

Ma cosa ha portato con sé quest’ondata di solidarietà?

A distanza di più di trent’anni, il continente africano non ha smesso di essere uno dei più poveri al mondo e al suo interno continuano a coesistere guerre civili, carestie, arresto dello sviluppo, un alto tasso di mortalità infantile e una malnutrizione diffusa. Pare che i problemi del continente non si siano risolti grazie alla cascata di donazioni e aiuti che le sono giunti nei recenti decenni.

indice della fame

Diminuzione dell’arresto della fame nel MondoFonte: Indice Globale della Fame 2017

Qual è il motivo di tale risultato?

Sebbene l’Africa, come già detto, abbia ricevuto abbondanti quantità di aiuti dai paesi occidentali, dalle organizzazioni internazionali e da accordi bilaterali e multilaterali, ha registrato piccoli miglioramenti e una crescita economica decisamente sotto le aspettative.

Cercando di rispondere a quest’ultima domanda, Dambisa Moyo, economista originaria dello Zambia, ha raccolto le sue riflessioni in merito in un saggio dai toni quasi provocatori e che ha contribuito ad alimentare il dibattito sul tema di questi ultimi anni.

Secondo l’autrice la causa principale di tale inefficacia degli aiuti sono gli aiuti stessi. Attivando un sistema di aiuti internazionali destinati ai Paesi più poveri, i Paesi occidentali hanno creato e alimentato una forma di dipendenza di intere regioni dell’Africa dalle elargizioni di denaro gratuito che, periodicamente, hanno gonfiato le casse statali, andando a finire in investimenti privati, corruzione, tangenti, spreco di risorse e dispersione economica. Un governo che, puntualmente, sa di poter fare affidamento su finanziamenti a fondo perduto da parte di un ente terzo che provvederà a rimpinguare le casse dello Stato senza dover attuare politiche economiche di potenziamento dell’offerta e della domanda, senza bilanci, senza controlli della spesa, sarà un governo che non si impegnerà per garantire una progettualità al proprio Paese.

A questo proposito Moyo porta un esempio per illustrare meglio il problema. In un remoto villaggio di un Paese africano c’è un produttore di zanzariere che con il suo lavoro garantisce un’entrata ai suoi 15 dipendenti che a loro volto mantengono una famiglia ciascuno. Un giorno, un illustre donatore, scoperto che in quella zona è presente una forte percentuale di malaria a causa delle zanzare, decidere di regalare zanzariere per 5000 persone e quindi porta il piccolo produttore a chiudere la propria attività, privando del lavoro i dipendenti che aveva con sé. Dopo qualche anno le zanzariere donate si consumano, ma nel villaggio non c’è più nessuno che le produce e la malaria continua a mietere vittime.

Quest’esempio, dai tratti quasi banali, è estremamente utile per comprendere come, spesso, una donazione di qualsiasi entità essa sia, tende a stravolgere l’equilibrio economico che è andato creandosi tra la struttura macro e quella microeconomica del contesto di riferimento, poiché non si basa su uno studio approfondito del tessuto socio-economico nel quale andrà a manifestarsi o perché nata da una richiesta esplicita di un soggetto con un piano di sviluppo commerciale, ma solo dal sentimento emotivo di un ignoto e lontano donatore.

La catena degli aiuti quindi, oltre a modificare l’equilibrio economico faticosamente creato, innesca una serie di effetti negativi: la sussistenza, l’inefficacia di un settore pubblico compromesso dalla corruzione e di un settore privato nel quale risulta difficile individuare investitori che abbiamo fiducia ad agire all’interno di un mercato sempre più vulnerabile e precario.

L’autrice individua  come possibile soluzione quella di interrompere gli aiuti internazionali e lasciare che l’Africa agisca in modo autonomo, ritagliandosi il proprio spazio all’interno di un mercato e di un mondo globalizzato nel quale ogni attore può scegliere le modalità, gli spazi e le tempistiche con cui investire e disinvestire, potenziando un apparato statale che non dipenda dagli aiuti stranieri ma dalla progettualità dei propri leaders e dalla forza lavoro che possiede e che merita di essere formata e sviluppata.

Partendo dal presupposto che l’Africa è un continente ricco di risorse naturali e umane, risulta chiara la necessità di costruire una classe dirigente in grado di imporsi sulle ingerenze straniere, tutelando i diritti dei propri cittadini e delle ricchezze che gli appartengono, in modo da collocarsi come protagonista nel panorama mondiale, senza vedersi dato come privilegio ciò che le spetta di diritto.

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