Leggerò Leggero: Appunti di Cooperazione Internazionale

“Gerusalemme è casa mia”: l’ultima linea rossa vista dalle strade di Amman

A cura di Stefano Fogliata

Mercoledì 6 dicembre, Volo Istanbul-Amman. Pista di decollo dell’aeroporto Ataturk, tarda notte.

La sonnolenza che pervade la fila in attesa di salire sull’aereo è interrotta dalla domanda di Mohammed che, rivolgendosi ad un altro gruppo di ragazzi dall’altro lato della coda, domanda loro: “A che ora apre il ponte domani?” Di rimando si sente un:“Non prima delle otto. Mica andrai a dormire per poche ore? Ti conviene venire con noi a fare colazione appena arriviamo a Amman!”.

Questo flusso in cui mi ritrovo spettatore nel mezzo della scena mi attraversa, portando via con sé il sonno arretrato nel freddo pungente della notte di Istanbul. Perché anni di peregrinare nella regione ad est del Mediterraneo mi hanno insegnato che quel breve scambio di battute tra sconosciuti, che a noi può sembrare una richiesta di informazioni di fronte alle serrande chiuse di un negozio milanese, ha in realtà a che fare con la strada che ogni palestinese deve fare per tornare a casa. Il ponte in questione è appunto l’Allenby Bridge, il più conosciuto e affollato dei tre attraversamenti che collegano la Giordania con la sponda ovest. L’Allenby Bridge, così come tutto quanto si apre alla vista una volta oltrepassato il confine, è controllato dall’esercito israeliano che può permettersi di aprire e chiudere questi varchi.

Alternative non sembrano esserci: l’aeroporto di Tel Aviv non è propriamente un ambiente amichevole per Mohammad e soci. Due opzioni eventualmente rimangono sulla carta, e rispettivamente rispondono al nome di “Jerusalem Airport- Kalandia” e “Yasser Arafat International Airport- Gaza”. No, non affrettatevi ad aprire Google Maps o SkyScanner per trovarli e prenotare un volo dal sapore avventuristico: ad inizio del Millenio entrambi gli aeroporti sono stati ridotti in macerie dalle stesse forze di difesa che controllano l’accesso al ponte di Allenby.

Il poster dell’esibizione “Qalandiya International”. In alto nell’immagine, una rievocazione dell’aeroporto internazionale di Gerusalemme. http://www.qalandiyainternational.org

A dire il vero, il filo rosso che lega la Giordania e la Palestina non si riduce a un percorso tortuoso tra i due territori: la geografia in questo caso si lega a doppia mandata con decenni di storia controversa difficilmente comprimibili in poche righe. Basti solo pensare che il regno hascemita di Giordania annesse quella che oggi conosciamo come “West Bank” nel periodo tra la creazione di Israele nel 1948 e la sconfitta nella Guerra dei Sei giorni del 1967. E che il re di Giordania è tuttora riconosciuto come il Custode dei luoghi sacri di Gerusalemme durante il Mandato Britannico, ben prima (1924) della creazione di Israele.

Non è solo una questione di toponomastica e di geografia: la ridefinizione di nuovi confini sulla carta durante entrambi i conflitti è organicamente accompagnata dallo “sfollamento” di chi abitava quei territori fino al giorno precedente. Con diverse modalità e secondo varie traiettorie, più di un milione di abitanti della “Palestina Storica” furono cacciati dalle proprie abitazioni tra il 1948 e il 1967, trovando riparo soprattutto nei paesi confinanti.

Guardando ad un quadro regionale, rispetto alla situazione in Libano e Siria, buona parte dei palestinesi in Giordania ha ottenuto la cittadinanza del regno hashemita. Secondo stime mai validate da un censimento a livello nazionale, circa la metà dei nove milioni di cittadini giordani è ad oggi palestinese “di sangue”. Ciò nonostante, l’estensione della cittadinanza non ha significato l’annullamento delle diverse istanze socio-politiche, che soprattutto in passato si sono tramutati in momenti di conflittualità violenta. Uno su tutti, il famoso conflitto di “Settembre Nero” tra guerriglia palestinese ed esercito giordano ad inizio degli anni Settanta.

Rintracciare le traiettorie giordane e palestinesi provando a districarne le diverse narrazioni coinvolte è un processo particolarmente complicato fuori e dentro i confini della monarchia giordana. Visualmente parlando, la correlazione tra le due storie nazionali passa attraverso il design delle rispettive bandiere che, risalendo alla rivolta araba anti-ottomana (1916), risultano identiche se non fosse per una stella bianca a rappresentare la monarchia hashemita. Eredità coloniali, riformulazioni spaziali post-coloniali, guerre e occupazioni contribuiscono a creare un terreno particolarmente scivoloso in termini di interpretazioni e considerazioni. Basti pensare ai proclami sionisti secondo cui, non esistendo alcuna “Palestina”, la Giordania sarebbe l’unica “patria” sostenibile per i milioni di rifugiati “arabi” fuori dai confini “israeliani”.

Manifestanti per le strade di Amman.

Come uscirne? Per quanto riguarda le righe confuse scritte in precedenza, a tirarmi fuori da questo terreno melmoso ci pensa chi mi ci ha fatto entrare: Mohammad e i nostri compagni di volo in fila davanti ad un banale aereo della Turkish Airlines. “ Non so se riuscirò a tornare a casa già domani, sono giorni complicati e tesi dopo l’annuncio di Trump. Nel caso starò qui qualche giorno a Amman, dove ho amici e soprattutto tanti parenti che se ne sono andati da Gerusalemme nel 1948. Venerdì c’è una manifestazione per Gerusalemme pure qui come in Palestina. Sarai qui ancora?

Per quei misteri inaccessibili alla mia razionalità bresciana, Mohammad in realtà deciderà e riuscirà a tornare a casa mercoledì, poche ore dopo il nostro arrivo ad Amman. Ma il filo che connette la traiettoria della sua famiglia e di migliaia di altre famiglie sparse tra Gerusalemme e Amman trova la sua materializzazione nel “venerdì di collera” organizzato in centro alla capitale giordana dopo la preghiera del mezzogiorno. Un fiume in piena, una manifestazione affollato da decine di migliaia di persone: un affluenza per le strade della capitale che i partecipanti incontrati non ricordavano da diverso tempo. Al di là delle cifre e delle immagini, basti pensare che – trovandomi inizialmente quasi in testa della manifestazione- ho avuto modo di fermarmi venti minuti per passare sotto le lame di un barbiere e di ricongiungermi poi alla folla in marcia più o meno nella stessa posizione di dove l’avevo lasciata.

Proprio per quanto detto in precedenza rispetto alle complicate relazioni all’interno del regno, è particolarmente significativo vedere bandiere giordane e palestinesi così numerose e così permeate l’una dell’altra. L’effetto cromatico quasi tende a farle sfumare fino a renderle un corpo unico: “il popolo giordano e quello palestinese insieme si alzano per Gerusalemme” si sente per strada e si legge nei vari cartelli che costellano la manifestazione. Transgiordani e giordano-palestinesi, uomini e donne, cristiani e musulmani insieme a reclamare il diritto ad una città che, con diversi gradi di coinvolgimento personali e culturali, attraversa loro profondamente nella propria intimità. Terminata la preghiera, Abdallah, con cui ho condiviso scomodamente i pochi centimetri appannaggio di ogni manifestante, vede il mio spaesamento e quasi a darmi coordinate per capire tutto ciò mi dice: “Sono nato in Giordania nel 1946, sono perfino più vecchio di Israele e questi americani vogliono dirmi che Gerusalemme è roba loro? Al-Quds è anche casa mia”.

Bandiere palestinesi e giordane insieme per le strade di Amman. 08 dicembre 2017.

La densità di questo corridoio umano lentamente in marcia per le vie di Amman ricompatta le più disparate storie di vita e le relative istanze politiche. Così come successo per strade di Beirut, in alcune aree della martoriata Siria e nelle varie capitali in giro per il mondo, palestinesi e “locali” sono scesi in strada per contestare le dichiarazioni di Trump. In questo modo, il presidente americano- che ironicamente è nato due anni prima della creazione di Israele- è riuscito nel difficile compito di riallineare non solo le diverse fazioni palestinesi. Con lo sguardo rivolto verso Gerusalemme, le infauste manovre politiche di Washington riallineano persino il sentimento popolare della regione alla richiesta di ritorno dei palestinesi fuori dai confini.

In questa prospettiva, la simbiosi popolare della strada si pone in evidente contrasto con i patrocini dei capi di Stato della regione, non da ultimo il “Vertice dei 48 Paesi musulmani” riunitisi a Istanbul il 13 dicembre per dichiarare “Gerusalemme Est Capitale delle Stato di Palestina”.

Nessuno per le strade di Amman, così come a Beirut e in ogni altra città scesa in piazza, ha mai parlato di Gerusalemme est o di Gerusalemme ovest. Figlie di un aborto culminato con gli “Accordi di Oslo”, tali divisioni non hanno alcuna valenza sul terreno contorto palestinese, se non quella di contribuire alla cristallizzazione di uno status quo costellato da un’occupazione che Trump non ha fatto altro che certificare su un pezzo di carta.

Proprio al momento della firma degli Accordi di Oslo nel 1993, le parti coinvolte decisero di tenere fuori dai negoziati due tra le questioni più spinose e allo stesso tempo vitali: la sorte dei rifugiati palestinesi e quella di Gerusalemme. Più di vent’anni dopo, è proprio la prospettiva sempre più evidente di vedere tali questioni sfumare definitivamente a favore di una normalizzazione “made in USA” a saldare palestinesi, giordani, siriani e libanesi in un unico grido di protesta. In questo modo, il filo rosso che collega il ritorno di Mohammad da Amman a Gerusalemme si ricompatta in una protesta che rivendica il ritorno di tutti i palestinesi. L’ennesimo ultimo grido di fronte ad una linea rossa che a forza di essere attraversata sta per scomparire dalla Storia.

 

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