Leggerò Leggero: Appunti di Cooperazione Internazionale

La pena di morte

a cura di Nicola Ghilardi.

Lo scorso martedì 10 ottobre, è stato un giorno importante perché si è celebrata la Giornata Mondiale contro la Pena di Morte. Per l’occasione abbiamo deciso di dedicare il nostro consueto articolo settimanale alla lotta contro la pena capitale che rappresenta una delle più importanti sfide contemporanee mondiali. Analizzando i numerosi report delle principali ONG e delle Istituzioni internazionali ho potuto apprendere che durante lo scorso anno (2016) il legame tra “lotta al terrorismo e al narcotraffico” e pena di morte si è fortemente rafforzato. Questa correlazione è resa possibile e attuabile dai principali regimi antidemocratici come: Iran, Iraq, Somalia, Bangladesh e Cina che spesso e volentieri abusano delle misure volte a garantire la sicurezza e la difesa sociale dei cittadini per giustificare repressioni con violazione dei diritti dell’uomo. Risulta curioso evidenziare come per la prima volta dopo dieci anni, gli Stati Uniti d’America non risultano inseriti tra i primi cinque paesi con il maggior numero di esecuzioni capitali; difatti il 55% di tutte le pene è imputabile all’Iran e, sommando i dati di Iran, Pakistan e Iraq raggiungiamo l’87% del totale. Il trend risulta pericolosamente in aumento, difatti siamo passati dalle 2466 esecuzioni del 2014, alle 1998 del 2015 per arrivare alle 3117 del 2016 pur sottolineando una diminuzione del numero di paesi praticanti la pena di morte, passati da i 61 del 2015 ai 55 del 2016.

I 5 paesi che hanno messo a morte più persone nel 2016. https://www.amnesty.it/pena-morte-nel-mondo-rapporto-2016-17/

Ad oggi possiamo affermare che più di 2/3 dei paesi mondiali ha revocato la pena capitale perché reputata dalla società civile e dalle Organizzazioni internazionali un’espiazione crudele, che non ha nulla di umano ma che degrada il livello di umanità sociale. Inoltre possiamo affermare che la pena di morte non ha effetto dissuasivo anzi! l’applicazione della pena capitale viola il diritto alla vita ed è strumento di discriminazione nei confronti della popolazione più debole e povera; nessuno ha mai confermato che l’esecuzione capitale possa necessariamente portare conforto ai familiari della vittima. Invece si può affermare che essa infligge sofferenza e patema alla famiglia del condannato. Le principali pratiche di esecuzione utilizzate sono: la decapitazione (Arabia saudita), la fucilazione (Arabia saudita, Bielorussia, Corea del Nord, Cina, Indonesia), l’impiccagione (Afghanistan, Bangladesh, Egitto, Giappone, Iran, Iraq, Singapore, Nigeria) e l’iniezione letale (Cina, Usa, Vietnam).

Quest’anno il maggior numero di pene capitali eseguite appartiene alla Cina (i dati sulle esecuzioni sono coperti dal segreto di stato), all’Iran, all’Arabia saudita e al Pakistan. In questi paesi la pena viene attribuita ed eseguita basandosi su accertamenti e procedimenti giudiziari non in linea con gli standard globali sul giusto processo; spesso difatti le confessioni sono ottenute tramite la tortura e l’uso di violenza. Frequentemente le condanne sono sancite da Tribunali militari che condannano civili per crimini che non prevedono l’omicidio preterintenzionale, violando così l’articolo 6 del Patto Internazionale sui Diritti civili e Politici che non lo annovera tra i “reati più gravi”. Inoltre questi tribunali spesso riconoscono ed etichettano alle azioni dei singoli diverse forme di “tradimento” o di “atti contro la pubblica sicurezza nazionale”, di “spionaggio”, di “partecipazione a organizzazioni insurrezionali o terroristiche”, di “blasfemia” fino ad arrivare ad “offese al profeta dell’Islam” tutte punibili con la pena capitale.

Protesta tenutasi a Londra per salvare dal braccio della morte gli Italiani Sacco e Vanzetti (1921).

L’applicazione della pena di morte è di antichissima origine, difatti nell’epoca antica era largamente utilizzata per punire i delitti che avessero in qualche modo violato l’ordine pubblico e quindi etichettati come “atti di pubblico tradimento”. Le prime tracce scritte sulla pena capitale le troviamo nel Codice di Hammurabi scritto dai Babilonesi attorno al 1772 a.C. L’antico codice è composto da 282 leggi che richiedono l’applicazione della pena di morte per ben 25 differenti reati: adulterio, falsa accusa, rapimento di bambini, violazione di domicilio, aiutare la fuga di uno schiavo, etc.

In questo inizio di terzo millennio ci sono però anche dei risvolti positivi, difatti la condivisione delle diverse esperienze e dei dati sensibili sul lavoro svolto dalle ONG e dagli Enti internazionali ha permesso di identificare le sinergie positive e ha permesso di concretizzare azioni di patrocinio sovranazionale. Per consentire che tutto ciò avvenga e continui anche nei prossimi decenni è importantissima l’attività di controllo strumentale e di pressione pubblica svolti dalla società civile; tutto ciò è necessario per salvaguardare la vita dei singoli ma anche per dirigere certi Paesi verso la rimozione dell’esecuzione capitale dai loro ordinamenti nazionali.

Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria.

“Parmi assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio”. (Cesare Beccaria)

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