Leggerò Leggero: Appunti di Cooperazione Internazionale

Il lavoro minorile nel mondo e in Italia: un fenomeno complesso

A cura di Luca Solesin

“Made in Bangladesh”. Quando da piccolo leggevo questa scritta sui palloni da calcio la mia mente immaginava subito uno spazio buio, sporco, caldo e pieno di bambini intenti a cucire il cuoio. Una fotografia tanto nitida quanto stereotipata. “E’ sfruttamento!” pensavo, ma poi l’indignazione passava in un secondo con dei gran calcioni al pallone nella speranza di fare goal. Più avanti, negli anni, quella fotografia ha perso chiarezza assumendone e mostrandone le diverse sfumature.

Bambini cuciono palloni da calcio. Foto: Cabrera, G.

Il fenomeno del lavoro minorile è piuttosto complesso. I bambini non possono oppure non devono lavorare? Da che età? Cosa intendiamo per “lavoro”? Certo tutti possiamo riconoscere lo scandalo dello sfruttamento nella fotografia stereotipata dei bambini che cuciono il pallone. Ma la realtà è più sottile. Si considera “lavoro” la richiesta di due genitori ai propri figli di rifarsi il letto e lavare i piatti? Un bambino di 10 anni che durante le vacanze estive passa le settimane nel negozio di famiglia aiutando a mettere le etichette dei prezzi è sfruttato? Un ragazzino di 12 anni che vive in cascina e aiuta il padre nella stagione della mietitura sta lavorando oppure sta imparando un lavoro millenario che si tramanda di generazione in generazione fra le spighe di grano (non si apprendono certo i segreti e l’arte di questa attività sui banchi di scuola)?

La geografia e la tipologia del lavoro minorile è assai varia. Particolarmente utile nel comprendere questo fenomeno risulta la distinzione che fornisce l’UNICEF (il fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia) fra child labour e child work. Con child labour si intende appunto lo sfruttamento del lavoro minorile, il child work si riferisce invece a quelle forme di lavoro che contribuiscono alla vita economica familiare ma che non per forza costituiscono un impedimento all’accesso all’educazione. I motivi per cui un bambino si ritrova a lavorare sono infatti molteplici. Come abbiamo detto c’è la componente della partecipazione all’economia domestica (anche badare ai fratelli minori contribuisce a questo), persiste il fenomeno della schiavitù con le sue diverse sfaccettature, il lavoro forzato, l’arruolamento forzoso nella milizia, ma bisogna inoltre considerare la mancanza di opportunità diverse dal lavoro. In molti paesi del mondo la scolarità universale è ancora un miraggio. Ad oggi, secondo una stima dell’UNESCO, 57 milioni di bambini della scuola primaria non hanno la possibilità di andare a scuola, un numero che arriva a 264 se si considerano anche gli adolescenti e i più giovani (under 18). E cosa fanno questi bambini?

Bambini soldato in Sud Sudan. Foto: Samir Bol

Esistono dei quadri normativi internazionali che stabiliscono degli standard riguardanti il lavoro minorile, proibendone alcune forme e fissando delle limitazioni. In particolare due Convenzioni costituiscono le pietre miliari. La prima è la ILO Minimum Age Convention del 1973. In questa Convenzione, che richiama tutte le Convenzioni precedenti nei specifici settori di lavoro, ratificata da 170 paesi, l’ILO (l’Organizzazione Internazionale del Lavoro) stabilisce che l’età minima per l’assunzione all’impiego (a qualunque tipo di lavoro, professione e impiego) “non dovrà essere inferiore all’età in cui termina la scuola dell’obbligo, né in ogni caso inferiore ai quindici anni”. In casi eccezionali, quando l’economia e le istituzioni scolastiche non sono sufficientemente sviluppate, l’età minima si può abbassare a 14 anni. Inoltre la Convenzione ammette l’assunzione all’impiego dall’età di 13 anni per “lavori leggeri”, ossia quei lavori che non danneggiano la salute e lo sviluppo del bambino e che non ne compromettano il percorso scolastico. Per i lavori considerati “a rischio”, che possono compromettere la salute del ragazzo, la soglia di età si alza a 18 anni.

Per quanto riguarda il tipo di lavoro la Convenzione stabilisce delle particolarità. L’articolo 6 specifica infatti che “la presente convenzione non si applica né al lavoro effettuato da bambini o da adolescenti in istituti scolastici, in scuole professionali o tecniche o in altri istituti di formazione professionale, né al lavoro effettuato da ragazzi di almeno quattordici anni in aziende, qualora tale lavoro venga compiuto conformemente alle condizioni prescritte dalle autorità competenti previa consultazione delle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori interessati, se esistono, e faccia parte integrante : a) o di un insegnamento o di una formazione professionale la cui responsabilità spetti in primo luogo ad una scuola o ad un istituto di formazione professionale ; b) o di un programma di formazione professionale approvato dall’autorità competente ed eseguito principalmente e interamente in una azienda ; c) o di un programma di orientamento professionale destinato a facilitare la scelta di una professione o di un tipo di formazione professionale”.

La seconda Convenzione è del 1989, la Convention on the Rigths of the Child (CRC).  Fra tutte le Convenzioni ONU, questa è la più firmata e ratificata dagli stati (196). Questa Convenzione stabilisce i diritti fondamentali che devono essere riconosciuti e garantiti a tutti i “bambini, ragazzi e adolescenti”. Infatti con “child”, la Convenzione intende tutte le persone che non hanno ancora compiuto 18 anni o che non abbiamo raggiunto la maturità giuridica stabilita da ciascuno stato. Per quanto riguarda il lavoro minorile la Convenzione stabilisce che “il fanciullo deve essere protetto contro lo sfruttamento economico e non deve essere costretto ad alcun lavoro che comporti rischi o sia suscettibile di porre a repentaglio la sua educazione o di nuocere alla sua salute o al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale”. Inoltre la Convenzione richiede agli stati di stabilire età minime di ammissione all’impiego e di sviluppare un’adeguata regolamentazione degli orari di lavoro e delle condizioni d’impiego. Sono ammesse invece forme di educazione di preparazione al lavoro, purché adeguatamente regolamentate.

Bambini lavorano la terra

Certo, non basta proibire una fatto per evitare che questo accada. Tuttavia una regolamentazione specifica ha il grande vantaggio di mettere ordine su cosa è considerato giusto o meno dalla comunità internazionale. E non è poco. Basti pensare alle conseguenze che possono portare le violazioni di alcuni principi e concetti concordati fra stati come la sovranità territoriale o l’uso di armi chimiche.

Si stima che nel mondo circa 150 milioni di bambini sotto i 15 anni svolgano un lavoro. Ovviamente, quando si ha a che fare con dati globali, si tratta di una stima. Infatti nella stragrande maggioranza dei casi i lavori in cui sono impiegati non sono “tutelati” da alcun tipo di contratto, voucher o contributo pensionistico. Sono lavori in nero, pertanto difficili da contare. Se l’agricoltura rimane il settore in cui sono concentrati la maggior parte dei bambini lavoratori (90 milioni), una grande parte è impiegata nel settore dei servizi (50 milioni) e nell’industria (10 milioni).

In Italia sono presenti molte forme di lavoro minorile nonostante si sia dotata delle norme adeguate contro questo fenomeno. Innanzitutto il nostro paese ha ratificato le due Convenzioni internazionali (ILO Convention nel 1981 e la CRC nel 1991) ed il lavoro minorile è disciplinato già dal 1967 con la legge n.977 sulla “Tutela del lavoro dei bambini e degli adolescenti”. Negli anni la legge ha subito modifiche e integrazioni. Fino a qualche anno fa la normativa prevedeva che l’età minima fosse 15 anni. Tuttavia con l’innalzamento a 16 anni della soglia di obbligo scolastico con la legge n.296 del 2006, in Italia l’età minima per l’assunzione all’impiego è 16 anni.

Per quanto riguarda i dati, Save the Children stima che, nel 2014, 260mila bambini e adolescenti sotto i 15 anni siano stati coinvolti in attività lavorative. Lo studio condotto rivela che il 21% era impiegato in servizi di ristorazione – bar, ristoranti, alberghi, pasticcerie, panifici -, il 17% nella vendita – negozi, mercati generali, vendita ambulante -, l’11% in cantiere – come manovali, imbianchini, carpentieri -, e il 10% in campagna – nella coltivazione e raccolta e nell’allevamento e maneggio degli animali. A seguire “le officine meccaniche e i distributori di benzina (9%), le attività artigianali (5%), il lavoro in fabbrica (3%), le consegne a domicilio (2%) e solo una percentuale residuale svolge le proprie attività lavorative in casa per aiutare la famiglia nel proprio lavoro o nella cura di fratelli più piccoli o parenti in difficoltà” (Save the Children).

 

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