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In guerra niente regole. Colin Powell: una vita tra interessi geostrategici e utopia isolazionista

a cura di Federica Facchinetti

In questi giorni travagliati, che ci fanno parlare forse anche più di quel che vorremmo di Stati Uniti, ricorrono gli 80 anni di una figura rilevante della politica internazionale degli ultimi decenni. Una figura molto controversa, quella di Colin Luther Powell, di cui cercherò di tratteggiare le principali tappe della lunga presenza sulla scena militare e politica statunitense.

La carriera militare di Powell inizia da giovanissimo alla fine degli anni ’50, quando decide di arruolarsi nell’esercito, dove rimarrà per 35 anni.

Un giovane Colin Powell ai tempi della Prima Guerra del Golfo. Source britannica.com

Le prime esperienze sul campo vengono maturate in Vietnam, durante gli anni ‘60.

Sorvolando sui pretesti e sulle manipolazioni dell’opinione pubblica escogitati per presentare e giustificare l’intervento militare alla popolazione americana, concentriamoci invece sul ruolo dell’allora Capitano Powell, che nel 1962 parte per affiancare le forze militari del Vietnam del Sud.

Fin da questi primi anni, Powell dimostra abilità strategica, di leadership e coordinamento e viene incaricato dall’esercito di indagare sul Massacro di My Lai, per stabilire eventuali responsabilità statunitensi sull’accaduto. All’epoca il Maggiore Powell tenta di minimizzare e insabbiare i fatti: servirà l’inchiesta giornalistica che varrà il Pulitzer a Seymour Hersh per far luce sulla vicenda e far condannare quantomeno il tenente Calley per l’accaduto (né soldati né superiori verranno ritenuti corresponsabili). >>Per saperne di più

 

Locandina del film che narra gli eventi del massacro di My Lai ad opera di soldati statunitensi nella guerra del Vietnam. Diretto da Paolo Bertola e prodotto da Gianni Paolucci.

La travagliata storia statunitense della fine del secolo scorso va di pari passo con l’ascesa ai più alti gradi militari e con la carriera politica di Colin Powell.

All’età di 52 anni, il 1° ottobre del 1989, diventa Capo dello Stato Maggiore congiunto, carica che mantiene fino al 1993. In questo periodo Powell gestisce 28 crisi internazionali, tra cui quella del 1989 a Panama contro il generale Noriega e l’operazione “Desert Storm” nella Guerra del Golfo.

Il Medio Oriente è sicuramente uno dei crucci maggiori nel corso della carriera di Powell, dove si delinea anche la sua linea politica – a parole più che a fatti – per la quale gli viene attribuito il soprannome di reluctant warrior. Sostiene infatti, prima di arrivare alla decisione di un intervento militare, la necessità di tentare ogni possibile misura politica, economica, diplomatica per risolvere la controversia. Purtroppo raramente questa linea sembra aver funzionato nella realtà geopolitica.

Il presidente Bush (padre) infatti non ha desistito da un intervento militare in Iraq, ai tempi della prima Guerra del Golfo, in quanto il tentativo di ribaltare gli equilibri geopolitici nella regione del Golfo viene interpretato come “an assault to the vital interest of the United States of America”.

L’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq coinvolge nel giro di sei mesi una coalizione internazionale di 35 Paesi, volta a ripristinare la sicurezza degli interessi vitali statunitensi (= dei confini sauditi).

I primi anni 2000 sono anni molto travagliati per la politica estera americana. Fa capolino nei discorsi pubblici la retorica del terrorismo, la demonizzazione dell’islam, la tematica della sicurezza nazionale. In questo periodo Powell è Segretario di Stato, sotto la presidenza Bush (figlio). E così si occupa personalmente, dopo la tragedia delle Torri gemelle, della caccia a Osama Bin Laden e due anni dopo, della seconda Guerra del Golfo.

A passare alla storia è senza ombra di dubbio il discorso che, di fatto, porta gli Stati Uniti e la coalizione internazionale nella guerra in Iraq contro Saddam Hussein, pronunciato il 5 febbraio del 2003 nella sessione plenaria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

In questa sede Powell dichiara l’assoluta certezza che Saddam Hussein abbia armi biologiche, la capacità di moltiplicarle rapidamente, oltre che l’intenzione di produrre un arsenale nucleare. Con questo accorato discorso dunque il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si convince della pericolosità di Saddam Hussein e il 20 marzo dello stesso anno una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti invade l’Iraq.

In pochi mesi Saddam viene sconfitto, ma delle presunte armi chimiche nessuna traccia. Non vengono trovati laboratori mobili né gli enormi arsenali di armi di distruzione di massa paventati. Ancora non è chiaro quanto Powell fosse consapevole dell’infondatezza delle prove, ma sicuramente recita bene la parte di fronte alle Nazioni Unite.

Dopo questo enorme smacco che segna profondamente la sua carriera, Powell decide di rassegnare le dimissioni, e viene sostituito come segretario di Stato da Condoleezza Rice.

Da qui in poi, Powell si ritira a vita privata, ma resta comunque una figura molto attiva a livello pubblico, impegnandosi in campagne sociali per il miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti, e in iniziative a sostegno dell’infanzia e del benessere dei bambini disagiati.

Colin Powell di fronte al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 5 febbraio 2003.

La storia si sa, è maestra di vita. In moltissimi casi il tempo ha rivelato che gli interventi militari sono stati determinati deliberatamente e volontariamente tramite l’inscenamento di pretesti che permettessero all’opinione pubblica di accettare e legittimare un nuovo impegno militare. Questo tipo di operazioni belliche vengono chiamate False Flag.

“… serve una buona giustificazione per iniziare la guerra.

Non importa che sia plausibile.

Al vincitore non sarà chiesto, dopo, se aveva ragione o no […].

La forza fa diritto.”

Adolf Hitler.

La domanda fondamentale su eventi di questo tipo sorge spontanea: fino a che punto si può legittimare, invocando il principio della responsabilità a proteggere, l’intervento armato in uno stato sovrano?

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Un commento su “In guerra niente regole. Colin Powell: una vita tra interessi geostrategici e utopia isolazionista

  1. maurotamagni
    18 aprile 2017

    Purtroppo ci si dimentica spesso delle esperienze passate. Siamo tornati ad un passo da una nuova guerra. Ne vale la pena ?

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 14 aprile 2017 da in Geopolitica con tag , , , , , .
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