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Cina e Corea del Nord: un’infinita partita a scacchi tra fratelli

A cura di Daniel Cabrini

Carbone, impero e questioni di famiglia ci portano alla mente ricordi di tempi che furono, anche se i fatti che raggruppano questi temi risalgono a pochi giorni fa. Le fil rouge è il leader assoluto della Repubblica Popolare Democratica di Corea, Kim Jong-un, personaggio noto alle cronache mondiali principalmente per i suoi test nucleari che intimoriscono, prima che l’occidente, il fratello maggiore, la Cina.

L’interesse storico della Cina verso il fratello minore infatti proviene da una lunga storia di amore e odio sin dai tempi in cui la Corea del Nord era uno stato vassallo e fonte di introiti tributari; nell’era di Mao Tse-tung divenne un potente alleato politico vicino alla lotta comunista e, in seguito al conflitto coreano (1950 – 1953), mutò in stato cuscinetto tra truppe americane con base in Corea del Sud e i fiumi Yalu e Tumen, confine sino-nordcoreano.

Se, come è stato fatto notare negli articoli precedenti, la Cina ha interesse a incorporare territori anche con popolazioni con inclinazioni fortemente nazionaliste e anti-cinesi, questo non valeva per il vicino governo dei Kim. Nel ’49, mentre le bandiere rosse della vittoria comunista sventolavano in piazza Tienanmen, Mao e Kim Il-sung diventavano potenti alleati. Durante la guerra di Corea l’intervento cinese è riuscito a respingere le truppe americane e sudcoreane ormai giunte alle porte della Cina fino a sud del 38° parallelo: l’aiuto è stato offerto non solo per il sentimento di empatia rivoluzionaria verso il presidente nordcoreano, ma soprattutto per respingere la minaccia delle truppe americane alle porte cinesi e per il riconoscimento atteso dai paesi socialisti in caso di vittoria.

Il 1976 fu un anno di svolta, con la morte di Mao e la successiva ascesa di Deng Xiaoping: la Cina da grande nemico del capitalismo divenne un potente partner economico americano. Con il successivo crollo dell’Unione Sovietica, Kim perse un importante alleato, non solo in termini ideologici ma soprattutto economici, diventando totalmente dipendente per la sopravvivenza dal vicino impero. La normalizzazione dei rapporti tra Cina e Corea del Sud ha poi causato un’ ulteriore allontanamento tra Pechino e P’yongyang anche se, nel 2001, venne comunque rinnovato il Trattato di amicizia e cooperazione firmato nel 1961 tra i due paesi.

Data la disperata situazione economica e sociale della Corea del Nord (si stima che l’indice di sviluppo umano HDI si attesti a 0,564, simile a Cambogia e Bangladesh) e l’evidente fallimento della dottrina del chuch’e (“autosufficienza”), quest’ultima è sempre più dipendente dai rapporti con l’antico fratello maggiore.

I rapporti tra i due vicini hanno però subito una lieve battuta d’arresto.

China-North Corea border. Immagine tratta da china-files.com

La persistente disubbidienza del fratellino ha fatto irritare il governo di Pechino, che ha attuato il rafforzamento delle sanzioni decise dall’Onu proprio contro la vicina Corea del Nord. Ciò ha comportato il blocco alle importazioni di carbone per tutto il 2017, come comunicato dal ministero del commercio, a partire dal 19 febbraio 2017, stop tra l’altro già testato in parte nel periodo 11 – 31 dicembre 2016. Calcolando che più del 90% del commercio estero della Corea viene fatto con la Cina, questa decisione è uno smacco per i Kim, o meglio, per i poveri coreani. Su questo punto alcuni esperti fanno notare che il governo di Xi Jinping aveva già permesso in passato di far attraversare delle forniture di carbone che avevano come fine il benessere del popolo cinese. Insieme alla porosità dei confini e ai traffici illeciti, una grossa quantità di materia prima aveva comunque transitato tra i due paesi; questa però volta sembra diverso.

Le motivazioni che hanno portato agli screzi tra i due paesi sono dovute principalmente ai continui test missilistici e nucleari nordcoreani e alla questione dell’assassinio del fratellastro del presidente, Kim Jong-nam, sintomi entrambi di un desiderio di indipendenza dalle regole volute dal grande impero.

I 6 test nucleari effettuati tra il 2006 e il 2016 e l’ultimo test missilistico datato 6 marzo 2017, dove quattro missili balistici a raggio intermedio Pukguksong II sono ricaduti nell’arcipelago Giapponese all’interno della Zona Economica Esclusiva (ZEE), non sono stati però sufficienti a cancellare del tutto il patto di fratellanza tra i due vicini. Nemmeno l’uccisione di Kim Jong-nam, accolto e protetto dalla Cina per molti anni, ha fatto cambiare idea a Pechino, pur percependo il suo omicidio come un affronto diretto al governo di Xi.

Se con la Cina non sta funzionando, anche con la Malaysia, buon alleato, il rapporto si sta raffreddando. Quest’ultima infatti ha optato per una rottura dei rapporti diplomatici con la chiusura dell’ambasciata coreana a Kuala Lumpur in seguito al divieto, varato in Corea del Nord, per i malesi di lasciare il paese a seguito della questione Jong-nam.

L’isolamento della parte nord della penisola e gli sguardi di sfiducia e diffidenza stanno aumentando la tensione in un quadrante geopolitico già fragile.

Pur essendoci soprattutto in Cina fazioni desiderose di una politica più incisiva nei confronti dei Kim o addirittura una rottura dell’alleanza, il direttivo cinese preferisce mantenere in vita il regime a causa di ciò che potrebbe comportare l’opposto. Infatti, oltre al rischio di trovarsi una Corea unita e quindi le forze statunitensi alle porte dei 1420 chilometri di confine, la Cina si troverebbe ad affrontare un problema di rifugiati che attraverserebbero i porosi confini, entrambi sintomi di un dispendio di forze ed energie ora utilizzate a mantenere la crescita economica e a contenere i tumulti interni, oltre che ad accrescere l’instabilità della precaria regione nord orientale. Tutto ciò senza contare di dover poi sottomettere al controllo statale le diverse organizzazioni criminali di confine che stanno aumentando il proprio potere con i traffici illeciti.

Già come ci veniva fatto notare dai colleghi negli scorsi articoli, la questione interna ha la priorità per il governo di Xi Jinping; il contenimento delle fazioni indipendentiste e la riduzione dello scontento popolare, bombe ad orologeria per il partito comunista, sono la chiave per la sopravvivenza di un paese alquanto diviso al suo interno.
La riduzione parziale dell’appoggio di Xi Jinping a Kim Jong-un, soprattutto in campo economico, potrebbe sortire effetti non precisamente definibili in una situazione come quella attuale anche se, per i motivi elencati, difficilmente Pechino potrebbe abbandonare il fratello minore.

Fratello maggiore e fratello minore. Foto tratta da greenreport.it

Quali altre soluzioni?
La soluzione del convincimento pacifico del governo di P’yongyang da parte di quello di Pechino di abbandonare il progetto di sviluppo atomico, missilistico e di armi di distruzioni di massa pare non sia funzionata fino ad ora e difficilmente potrebbe funzionare in seguito ai crescenti attriti tra i due paesi.

Nemmeno la diplomazia congiunta e le trattative per creare una sola Corea non sono servite a molto, tanto meno negli ultimi tempi dove la Corea del Nord continua con una cieca politica di “indipendenza” dal resto del mondo e l’elettorato della Corea del Sud ha perso la speranza e l’interesse in una riunificazione. La prima politica a causa di un autosufficienza e il compimento della dottrina chuch’e, mentre la seconda poiché i vani tentativi fatti fino ad ora, se dovessero avverarsi, porterebbero ad una potenziale diminuzione del benessere dei cittadini del sud. In questo caso bisogna ricordare che Corea del Nord e Corea del Sud sono due civiltà che fin dall’antichità sono diverse culturalmente e dopo più di 60 anni di tensioni e diffamazioni difficilmente potrebbero riunirsi sotto una stessa bandiera.

Un’altra possibilità potrebbe essere data dall’imprevedibile presidente Trump. Se ad esempio Washington optasse per una politica di abbandono militare della Corea del Sud, la Cina potrebbe essere sicura che un allontanamento dal regime di Kim non comporterebbe un rischio di trovarsi truppe sud coreane e americane ai confini. Pechino in questo caso potrebbe spingere P’yongyang ad attuare riforme economiche, riduzione o riqualificazione dell’arsenale nucleare e aperture verso il mondo in cambio di una protezione nucleare ed economica. La nuova preoccupazione cinese d’altro canto potrebbe diventare la decisione all’armamento atomico da parte di Giappone e Corea del Sud e quindi un mantenimento in vita dell’arsenale di Kim. In ogni caso la Cina dovrebbe prendersi le proprie responsabilità.

Nella realtà pare comunque che questa decisione sia sfumata dato che l’ala interventista repubblicana ha avuto la meglio e sono iniziati gli spostamenti in direzione Seoul del sistema Thaad (Terminal High Altitude Area Defense) utile ad intercettare missili balistici a medio e corto raggio. Gli Stati Uniti hanno affermato che il Thaad rafforzerà la difesa contro la minaccia della Corea del Nord anche se molte sono state le critiche, soprattutto provenienti dalla Cina.

In una partita geopolitica così importante ogni mossa ha un peso notevole; al tavolo degli scacchi in questo caso ci sono più giocatori, ognuno con un interesse particolare diverso, mantenendo la situazione molto complicata. Se Kim Jong-un giorno decidesse invece di isolarsi persino dalla Cina, di agire in completa autonomia e disinteresse verso il resto del mondo e di utilizzare l’arsenale atomico, missilistico o di distruzione di massa contro uno dei paesi attigui il problema diventerebbe mondiale.

Cartoon. Foto tratta da teapartytribune.com

La questione coreana, che si protrae da metà secolo scorso, potrebbe essere la scintilla per una nuova guerra globale se non si risolvesse prima di far scoppiare tutto. La zona è fortemente nuclearizzata (Cina, Russia, USA) o pronta a farlo (Giappone, Taiwan, Corea del Sud); quest’ultima talmente pronta che la metà della popolazione, con il supporto della destra interventista americana, è fortemente interessata a farlo. A differenza degli interventisti, il ministro degli esteri cinese, Geng Shuang, pur opponendosi fermamente ai test balistici e nucleari, invita le forze mondiali alla moderazione ed a rifuggire dalle provocazioni onde evitare ulteriori attriti per mantenere stabilità e pace nella regione.

Dello stesso parere è il portavoce di Mosca, Dmitry Peskov, il quale sollecita la calma anche in una situazione sempre più tesa. Il Cremlino “ invita tutte le parti a dar prova di moderazione” affermando inoltre che “la Russia avrà uno scambio di opinioni sulla questione con i paesi interessati”.

Mrs PESC, l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, spinge perché l’Unione Europea nel suo insieme diventi un interlocutore mondiale rispetto alla sicurezza e alla pace.

Kim è ben consapevole della storia del colonnello Gheddafi, che senza atomica è stato velocemente spodestato e schiacciato ed è altrettanto consapevole che la sua adorata bomba attira su di sé interesse e aiuti di ogni tipo. Nel complicato gioco di equilibri della penisola non sembra che la questione Kim Jong-un possa arrivare ad una soluzione in un breve periodo.

Speriamo comunque che di questi tempi la Corea non sia un buon spunto per ravvivare la rincorsa agli armamenti atomici.

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Questa voce è stata pubblicata il 11 marzo 2017 da in Geopolitica con tag , , , , , .
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