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Nazionalismi Made in China #3 – Che fine ha fatto il Tibet?

A cura di Matteo Thor.

“Pensi che un giorno la gente guarderà il Tibet su uno schermo e si chiederà che fine abbiamo fatto?” E’ questa la domanda che in Sette Anni in Tibet un Dalai Lama adolescente pone all’alpinista Heinrich Harrer (Brad Pitt). Ed è questo quel che rimane da chiedersi quando si parla di Tibet. Che fine ha fatto? Il Tibet esiste ancora?

L’immaginario collettivo pensa ad un luogo di pace, circondato da montagne altissime, dove il buddhismo e la meditazione sono praticati e dove monaci in tuniche rosso porpora camminano pregando tra lunghi omm ed il suono lontano di corni tibetani.

Forse fino al 1950.

E’ il 7 ottobre 1950 e Mao Zedong ordina all’Esercito di liberazione popolare – un esercito deve avere un nome tragicomico – di attraversare il corso superiore dello Yangtze (il Fiume Azzurro) e prendere controllo del Tibet. I pretesti dell’invasione sono l’unificazione del popolo cinese (sebbene i tibetani siano un’etnia diversa con distinte tradizioni, religione, lingua e musica) e la liberazione dal giogo dell’imperialismo britannico (l’influenza britannica in realtà era finita con l’indipendenza dell’India nel 1947 ).

Quasi nessuna resistenza viene posta da genti sprovviste di un vero esercito ed abituate da tempo ad un pacifico isolamento. Una vasta regione che costituisce oggi un terzo dell’intero territorio cinese viene così annessa alla Cina: solo la metà di quelle terre corrisponde oggi alla Regione Autonoma del Tibet.

Un monaco buddista tibetano in esilio porta un ritratto del leader spirituale Dalai Lama durante una protesta a Dharmasala in India - © Ashwini Bhatia/AP . Fonte: http://blogs.ft.com/photo-diary/tag/dalai-lama/

Un monaco buddista tibetano in esilio porta un ritratto del leader spirituale Dalai Lama durante una protesta a Dharmasala in India – © Ashwini Bhatia/AP (Fonte:http://blogs.ft.com/photo-diary/tag/dalai-lama/)

Passano pochi anni e i tibetani si organizzano segretamente con il supporto della CIA. Il 10 marzo 1959 – evviva lo spirito della rivolta! – il movimento di resistenza tibetano si ribella al controllo cinese. La rivolta però è prontamente soffocata nel sangue. Dai 65.000 agli 80.000 tibetani vengono sterminati durante la sollevazione. Il Dalai Lama – che da quel giorno non rimetterà più piede in Tibet – è costretto a fuggire in India seguito dal suo governo e da 80.000 profughi, tra i quali vi sono i tibetani più ricchi e influenti.

Tra il 1959 e il 1962 viene massacrato circa un quinto dei tibetani, mentre la Cina comincia ad attuare la sua “rivoluzione culturale”, ossia la sinizzazione di questi territori, quello che il governo in esilio chiama “genocidio culturale“. Dal 1950 viene distrutta la quasi totalità dei monasteri, oltre 6.000; viene imposto il mandarino e si può finire in carcere semplicemente per il fatto di possedere immagini del Dalai Lama o la bellissima bandiera tibetana.

Le ragioni della spietatezza cinese sono da ricercare nella grande importanza strategica del Tibet, sia per la sua posizione geografica che per le incredibili risorse naturali. Solo l’Artide e l’Antartide ospitano più acqua dei ghiacciai tibetani. E i fiumi che ne nascono sono fonte di energia idroelettrica, energia verde!, sebbene sia devastante l’impatto delle colossali dighe.

E poi enormi giacimenti di rame, litio, oro, argento, uranio, quarzo. Disturbare la Terra è sacrilego secondo la tradizione e così le risorse sono rimaste intatte nei secoli. Ora molti tibetani sono costretti a lavorare come minatori in condizioni disumane. Ora questi minerali possono arrivare in due giorni di treno a Pechino, percorrendo una linea ferroviaria faraonica, l’unica al mondo a toccare i 5.000 metri s.l.m. e ad appoggiare per 550 km su permafrost, con tanto di sistema ad azoto liquido per evitarne lo scioglimento nei mesi estivi.

Bandiera cinese sventola davanti al Palazzo del Potala di Lhasa, capital del Tibet - © Xinhua per scmp.com (Fonte: http://www.scmp.com/news/china/article/1327099/chinese-police-fire-tibetan-protesters-demanding-release-villager)

Bandiera cinese sventola davanti al Palazzo del Potala di Lhasa, capital del Tibet – © Xinhua per scmp.com (Fonte:http://www.scmp.com/news/china/article/1327099/chinese-police-fire-tibetan-protesters-demanding-release-villager)

L’economia di questa regione cresce a un ritmo più alto del resto della Cina. Come le città cinesi, Lhasa dilaga di nuovi quartieri moderni, gru, insegne pubblicitarie, centri commerciali, negozi di moda e di elettronica. Ai piedi del Palazzo del Potala l’antica residenza dei Dalai Lama e simbolo di Lhasa – si trova ora una grande piazza in stile Tiananmen con bandiere cinesi e un monumento di 35 metri di altezza intitolato alla “pacifica liberazione del Tibet” (costantemente presidiato da militari per evitare atti vandalici). Pechino negli ultimi decenni ha investito 45 miliardi di dollari per costruire infrastrutture che collegassero il Tibet al resto della Cina ed intende agganciarlo anche demograficamente. Il regime incentiva fermamente l’immigrazione di cinesi Han istruiti e intraprendenti. Secondo i tibetani, sono quest’ultimi a beneficiare realmente del boom economico, che porta con se il prezzo di una trasformazione ambientale fuori controllo e un sistematico smantellamento delle libertà e dei diritti fondamentali. Infine, come molti cinesi, anche i tibetani sono schiacciati dal sistema mondiale di sfruttamento della manodopera a basso costo. Oggi il Tibet è anche la prossima etichetta made in China che vedrai… e che comprerai?

Nel frattempo Lhasa continua ad essere invasa, ogni giorno, da pellegrini, soprattutto a marzo, mese in cui agli stranieri non è permesso di accedere a questa regione. Lo spettacolo della resistenza passiva rimane senza spettatori esterni. Proprio durante le ricorrenze di marzo è particolarmente elevato il rischio di auto-immolazioni. Ma le autorità cinesi hanno trovato una soluzione persino a questo: estintori anti-incendio disseminati per le strade e in dotazione ai militari per negare l’estrema libertà di togliersi la vita in segno di protesta.

Achok Phulshung - © voiceproject.org

Achok Phulshung – © voiceproject.org

Eppure, notizie libere arrivano ancora dal Tibet, per esempio grazie al The Tibet Post International. Tra queste è la storia di Achok Phulshung, di recente scarcerato dopo quattro anni di prigione per aver cantato canzoni patriottiche. Il suo nome in tibetano si scrive così: ཨ་མཆགོ་ཕལུ་བྱངུ་།  (vi consiglio di cliccare per avere un’idea di cosa arriva a punire il dominio cinese: pop asiatico allegro ed innocuo).

Pechino scommette sul fatto che nel lungo termine il denaro (o il suo miraggio) vincerà le menti e i cuori tibetani, compensando la mancanza di libertà religiosa e politica. E’ una scommessa che sembra vincere nel resto della Cina, ma che sembra incontrare una costante, silenziosa, ma spettacolare opposizione in Tibet, dove le tensioni non sembrano placarsi. Alcuni buddhisti ritengono che l’occupazione cinese sia un dono per poter mettere in pratica gli insegnamenti più grandi del Buddhismo tibetano, come la compassione verso il nemico. Se la comunità internazionale continuerà ad ignorare la questione tibetana, liquidandola come una questione interna cinese, il raffinato pensiero del Buddhismo tibetano potrebbe essere tutto quello che rimarrà del Tibet.


Matteo Thor, ricercatore dalle radici bresciane, vive a Norimberga dove si occupa del futuro dell’audio. Tra le sue passioni si contano la musica, il ciclismo, la letteratura, la buona cucina e i posti lontani.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 8 marzo 2017 da in Minoranze etnico-religiose, Nazionalismo, Storia con tag , , , , , .
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