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Nazionalismi Made in China #2 – Quattro stagioni prét-à-porter: dall’estate all’inverno

A cura di Roberto Memme.

Il “capo” consigliato per la primavera non aveva molto a che fare con l’etnico ma denotava comunque tinte autonomiste: le fibre nazionaliste si ricavavano direttamente dai germogli della storia della Cina contemporanea. Gli accessori del rigoglio economico di Taiwan e delle prime mosse di Trump hanno fatto salire la temperatura a Pechino e dintorni, rendendoci ancor più difficile la scelta dell’ outfit.

Ma le stagioni passano! Pronti per il cambio d’abito?

#2.

Estate.

Xinjiang (Uyghuristan).

Sebbene gli agghiaccianti fatti avvenuti ad Istanbul all’alba del nuovo anno ci abbiano gelato il sangue, ci svestiamo un poco per confrontarci un attimo con la questione dello Xinjiang, tristemente legata allo scottante tema del terrorismo internazionale, che ritorna bollente alla luce della rivendicazione dello Stato Islamico.

Regione del nord-ovest della Cina grande come sei volte il Regno Unito, nonché la più estesa della Cina, ospita una numerosa comunità musulmana sunnita turcofona: gli Uiguri. Proprio per rimarcare l’affinità etnica e storica con i popoli turcomanni dell’Asia Centrale, in buona parte inglobati tra VIII e IX secolo nel grande Impero Uiguro, autodefiniscono il proprio territorio East Turkestan.

1 Gennaio 2017. Fiori vicino all'ingresso della discoteca Reina di Istanbul, luogo della strage - © REUTERS/Umit Bektas

1 Gennaio 2017. Fiori vicino all’ingresso della discoteca Reina di Istanbul, luogo della strage – © REUTERS/Umit Bektas

Le tensioni che hanno tenuta alta la temperatura sin dalla sua creazione nel 1955 fino ad oggi scorrono lungo diverse linee.

In primis, l’autonomia concessa alla regione dopo pochi anni dalla sua annessione è stata fin da subito percepita con forte dissenso perché lasciava intendere che venisse così definitivamente inglobata nell’apparato amministrativo cinese. La creazione da parte di Mao Zedong della XPCC (Xinjiang Production and Costruction Corps) che ha assoggettato le “Nuove Frontiere” (“Xinjiang”) dell’ovest con formazioni paramilitari, col compito di proteggerne le attività economiche (estrattifere e petrolifere, per la maggior parte), ha militarizzato l’area sin da subito.

I controlli alle frontiere, rinforzati dalla minaccia dell’accerchiamento dell’URSS (inasprite con l’invasione del vicino Afghanistan nel ’79) e l’incoraggiamento dell’immigrazione degli Han (l’etnia maggioritaria in Cina) nella regione per le opportunità offerte dalla XPCC hanno aggiunto legna da ardere alla già calda questione uigura.

Truppe alla frontiera dello XInjiang - © Rex Features (fonte: Telegraph)

Truppe alla frontiera dello Xinjiang – © Rex Features (fonte: Telegraph)

L’aridità delle frontiere, difficilmente permeabili dai flussi di Uiguri in cerca di contatti con i popoli affini, e l’isolamento internazionale (fino alla fine degli anni ’80 l’accesso allo Xinjiang era vietato agli stranieri!) hanno inciso sull’isolamento di questa minoranza etnica cinese, riconosciuta recentemente come tale dal Libro Bianco sulla Autonomia Regionale delle Minoranze Etniche in Cina del 2005.

Si aggiunge poi che il governo centrale si è spesso riferito agli Uiguri con toni discriminatori: etichettati negli anni ’50 e ’60 come “nazionalisti etnici” o come “contro-rivoluzionari” nelle decadi successive, dagli anni ’90 la dicitura “separatisti” viene subito modificata in “terroristi” a seguito dell’isteria internazionale della War on Terror post-9/11.

I divieti imposti negli ultimi vent’anni alla sfera pubblica e privata della religione, che vanno da incarcerazioni per barbe troppo lunghe e veli sulla testa delle donne fino alla chiusura forzata di scuole confessionali e al divieto di matrimoni privati (giusto per fare qualche esempio…), o il fatto di essere l’unico gruppo etnico cinese soggetto a condanne a morte per crimini politici, probabilmente hanno inciso sull’ulteriore radicalizzazione dei gruppi separatisti locali, fornendo loro così giustificazioni per l’avvicinamento al terrorismo internazionale.

Molti uiguri hanno percepito le restrizioni ufficialmente dettate da esigenze di sicurezza e di contrasto al terrorismo come un attacco alle proprie identità e cultura (sebbene un recente tentativo di conciliazione sia avvenuto nel 2015 tramite l’approvazione della Carta sulla Testimonianza Storica dell’Eguaglianza Etnica, Unità e Sviluppo nello Xinjiang).

Manifestanti uiguri -

Manifestanti uiguri – Fonte: google immagini

L’emarginazione si mischia quindi ad una “repressione culturale” che comprime l’importante componente religiosa dell’identità etnica uigura, facendo della questione un mix esplosivo.

Gli attentati avvenuti tra Urumqi (capitale) e dintorni e in numerosi altri centri della Cina orientale, i confronti armati tra onnipresenti forze militari e i gruppi ribelli (ai quali si aggiunge il citato collegamento delle cellule locali a gruppi come al-Qaeda e ISIS) hanno fatto schizzare il termometro dell’interesse mediatico nei confronti dello Xinjiang: inizialmente pareva proprio che l’ “abito” dell’attentatore che ha aperto il fuoco a Capodanno sul Bosforo fosse di “foggia” uigura.

 

Autunno.

Hong-Kong.

La pioggia di consensi che ha battuto sul Partito Nazionale localista di Hong-Kong di Andy Chan Ho-tin potrebbe provenire dalla nube (tossica?) della turbolenza economica che anche Hong-Kong ha dovuto affrontare con la crisi economica internazionale.

Andy Chan Ho-tin, giovane leader del Partito Nazionalista di Hong-Kong - © K. Y. Cheng (Fonte: South China Morning Post)

Andy Chan Ho-tin, giovane leader del Partito Nazionalista di Hong-Kong – © K. Y. Cheng (Fonte: South China Morning Post)

Il vento che sta soffiando più forte sul nazionalismo degli Xiangangren (così si chiamano gli abitanti di Hong-Kong) sembra comunque essere quello fresco delle nuove generazioni. Molti giovani non sembrano più identificarsi nella madrepatria Cina e sembrano aver assunto una propria distinta identità locale. Il termine del protettorato britannico che dopo 99 anni ha lasciato per poco in sospeso l’indipendenza di Hong-Kong e le grandi manifestazioni degli ultimi mesi del 2016 riportano il movimento indipendentista locale tra i “capi di tendenza” dei nazionalismi made in China.

Mongolia Interna.

La Mongolia Interna condivide con lo Xinjiang una parte del deserto del Gobi ma le rivendicazioni della minoranza mongola che la abita sono state coperte dalle turbolenze del terrorismo uiguro.

La nebbia che offusca il sogno di ricucirsi con la Mongolia e la Buriazia russa per tessere una Grande Mongolia cala sulla regione autonoma settentrionale, assieme alle condanne che hanno colpito Hada, il suo dissidente più famoso, e alle persecuzioni legali delle società forestali a danno dei pastori locali che si oppongono all’usurpazione delle proprie terre.

Per l’outfit autunnale consigliamo l’immancabile cappello della “colonizzazione” Han, indossabile per questa come per tutte le stagioni, a cui abbiniamo qui un cappotto di agricultura rurale che contrasta gli abusi ecologici delle miniere di carbone delle compagnie statali.

 

Inverno.

Mi domando a questo punto, un po’ infreddolito, quale senso possa avere il termine “nazionalismo” oggi in Italia…

…ma se si parla di Cina e di inverno, come fa a non venire in mente il montuoso e freddo Tibet?

Non resta che coprirsi bene perché col prossimo appuntamento sfileremo in Tibet!

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