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Il Supermercato della Shoah – L’uso strumentale dell’Olocausto

A cura di Davide Garlini

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Chaim Potok, grande romanziere della letteratura ebraica americana, ex direttore del Jewish Seminar di New York, autorevole rabbino dal ponderoso giudizio, definisce gli ebrei all’epoca di Mosè come segue: “una massa terrorizzata e piagnucolosa di asiatici composta da israeliti discendenti di Giacobbe, accadi, ittiti, mesopotamici, egizi ecc. ma soprattutto molti habiru”. La parola “habiru”, protosinaitica, è una delle possibili radici della parola “ebreo” e indica genericamente il delinquente.

Duemila anni fa, un ragazzo ebreo attorno ai trent’anni viene appeso a una croce. Duemila anni dopo, ne vengono messi in croce altri sei milioni, con cristiani e cattolici a dare una mano a inchiodare. Tutti i carnefici di quel massacro recentissimo avevano ricevuto un’educazione cristiana e i diversi cristiani morti nei campi di sterminio vi erano sì morti, ma non in quanto tali. Gli ebrei invece sì.

Al di là di queste due premesse, l’intero mio articolo ruota attorno alla seguente affermazione: “ricordare la Shoah è fondamentale per far sì che non si ripeta più”. È di solito con una filastrocca di questo genere che la giornata della memoria, da poco trascorsa, viene ogni anno condita e arricchita. Beh, probabilmente è davvero così per certe parti di mondo, ma per altre la regola non è così automatica. Anzi, è forse vero l’esatto contrario: sono infatti convinto che ricordare la Shoah e citarla in ogni occasione sia il dito dietro cui un paese intero si sta nascondendo per giustificare delle atrocità spacciandole per un diritto divino, oltre che politico. Tragicomico risulta inoltre che tale popolo sia quello che, settant’anni fa, queste stesse cose le stava subendo. È l’olocausto, infatti, ciò che Israele usa per sedare qualunque critica nei confronti del proprio governo occupazionista in Palestina.

Chi vi scrive non è un intellettuale, non è un giornalista e non è neppure mai stato in Israele, ma ha la presunzione di essersi documentato relativamente bene nel corso degli anni e, in particolare, prima di scrivere questo articolo. Ed è forse proprio il mio non essere “nessuno” che mi permette di donare ai miei lettori la mia opinione più cruda e diretta. Il tutto senza correre il rischio di subire quel livello di censura di cui chi sta più in alto di me è costantemente vittima non appena tocca determinati argomenti.

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Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele dal 2009

Già in altri articoli mi sono occupato del potere retorico del linguaggio e di come esso intacchi il modo in cui l’individuo, e di conseguenza la massa, vede il mondo. Quella di cui vorrei scrivere oggi è un altro tipo di retorica, altrettanto subdolo e pericoloso: una retorica predeterminata di cui sono vittima quasi tutti i governi occidentali, tenuti sotto scacco ideologico e che ripetono quasi quotidianamente una litania ormai banale, quasi insopportabile, ma efficace. Si tratta di un ricatto violentissimo che si protrae attraverso l’uso ideologico proprio della Shoah. Tutto ciò funziona in realtà in modo molto semplice ed è evidente agli occhi e alle orecchie di chiunque voglia vedere e sentire: non appena un individuo o un governo accenna a una qualche forma di critica nei confronti delle politiche israeliane si possono documentare due indissolubili conseguenze: una totale assenza di contro argomentazione (ovvero la critica che cade in un silenzio che sa di voluta indifferenza) unita all’accusa di antisemitismo e inimicizia verso il popolo ebraico. Il solo menzionare determinate cose è già considerato antisemitismo.

Si tratta di una permanente intimidazione che previene qualunque forma di discussione, un’intimidazione basata proprio sul grande ricatto della Shoah. Chiunque parla contro Israele diventa automaticamente complice della Shoah stessa. Si tratta di una realtà malata che tocca anche i politici di casa nostra che – giusto per fornire un esempio piuttosto pratico e semplice – alla fine delle loro visite ad Auschwitz, rilasciano senza eccezione dichiarazioni in cui affermano di sentirsi israeliani. Non ebrei, attenzione! Dopo che esco da Auschwitz io mi sento “israeliano”. La lealtà non tanto verso il popolo ma verso l’esecutivo israeliano va testimoniata in ogni singola occasione e più solenne è l’occasione meglio è per tutti. Se non lo si fa, si è complici della Shoah e si è automaticamente esclusi dalla vita politica e pubblica del paese. Tutti gli accessi alla grande comunicazione vengono chiusi in faccia a chiunque tenti qualche passo in questa direzione (per informazioni chiedere a Moni Ovadia, allontanato dal quotidiano più importante d’Italia al suo primo articolo vagamente critico nei confronti del governo Netanyahu).

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La questione, stando al mio modesto parere, non è solamente ideologica, non lo è affatto. È una situazione fortemente geopolitica che vede tra le sue principali cause la leadership europea di stampo tedesco, paese (la Germania) per il quale tale argomento è ancora molto ma molto scottante. E da qui nasce e cresce l’impossibilità di tutta l’Unione di prendere ufficialmente la posizione presa, per esempio, dal governo svedese nel 2014 con il riconoscimento ufficiale da parte di quest’ultimo dello Stato di Palestina. Questa struttura ideologica di potere non si ferma però al vecchio continente, essa attraversa l’Atlantico (o forse è da lì che parte) e tocca gli USA come forse nessun altro paese preso singolarmente, diventando addirittura più forte dello stesso Presidente degli Stati Uniti. Persino l’uscente Barack Obama, autore di autentici miracoli politici quali l’assicurazione sanitaria, la legalizzazione dei matrimoni tra omosessuali o la fine dell’embargo cubano, si è dovuto arrendere di fronte al potere di questo castello ideologico, non riuscendo neppure lontanamente a realizzare quanto dichiarò subito dopo le prime elezioni, promettendo di portare la pace tra Israele e Palestine. Oltre a non riuscirci, egli ha addirittura continuato le politiche precedenti caratterizzate dalla totale passività e sostegno incondizionato alle politiche israeliane.

E se non ci riesce il Presidente del paese tutt’oggi più potente al mondo, la cui opinione privata è molto probabilmente assai diversa da quella che è stato costretto a mantenere in pubblico per otto anni, cosa può fare il cittadino medio europeo? Non è ovviamente in nostro potere cambiare qualcosa a livello assoluto, ma nostra responsabilità in quanto cittadini dello stesso continente di Socrate, Aristotele e Platone, di Dante, Virgilio e Cicerone, di Voltaire, Russeau, Wilberforce e tanti altri liberi pensatori è quello di non permettere che questo muro ideologico intacchi anche la nostra mente più di quanto non abbia già fatto.

È nostra responsabilità dividere definitivamente le critiche alla politica israeliana (legittime al di là del proprio singolo pensiero od opinione) da ciò che è stato l’antisemitismo, due questioni che più diverse non potrebbero essere ma che da decenni sono ormai sovrapposte. È a questo a cui ci possiamo dedicare per aiutare la società israelo-palestinese a un cambiamento che non sarà e non potrà mai essere interno ma dovrà provenire dalla comunità internazionale. Quella stessa Comunità Internazionale che da troppo tempo pavoneggia la propria opposizione alle apartheid, ai massacri, agli olocausti, mentre fa finta di non vederne uno che sta avvenendo sotto i suoi occhi.

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Questa voce è stata pubblicata il 17 febbraio 2017 da in Geopolitica con tag , , , , .
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