Leggerò Leggero: Appunti di Cooperazione Internazionale

Tu c’eri nel ’78 in Iran? io e la mia famiglia sì!

A cura di Luca Martinengo

Alle volte, le cose, accadono per caso, come quando, tornando da un viaggio in treno, iniziai a chiacchierare con una donna incuriosita dal libro che stavo leggendo. Questo articolo si rifà proprio a quella piacevole conversazione che si è tramutata, poi, in questa intervista. Si notava subito che quella donna, che per comodità chiameremo Marjane, aveva qualcosa di non ordinario. Sarà stato il portamento, il tono della voce, allo stesso tempo pacato e deciso con cui parlava, o lo sguardo profondo, non so, fatto sta che ho avvertito subito che c’era un mondo da scoprire parlando con lei. Marjane è una donna iraniana con una storia incredibile alle spalle, non so ancora come ringraziarla per la nostra chiacchierata e per avermi dato il permesso di scrivere la testimonianza che oggi sono qui a pubblicare.

 

Proprio come nel film Persepolis, Marjane, è scappata dalla sua terra durante il periodo instabile della Rivoluzione Islamica del 1978.  Non mi posso dilungare su un inquadramento storico dell’Iran, anche perché, già quello, costituirebbe di per sé un articolo parecchio sostanzioso. Se volete un veloce ripasso della storia Iraniana, anche se in maniera approssimativa, questo video potrebbe interessarvi.

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Scena di “Persepolis” film d’animazione del 2007, candidato all’Oscar, basato sull’omonima graphic-novel autobiografica.

Ho deciso volontariamente di eliminare quasi tutte le mie parti dall’intervista perché trovo che questa lettura, quasi un monologo, sia piena di significati ed emozioni che non hanno bisogno di essere guidate. In realtà, non è che io abbia parlato poi molto, come un flusso di parole iniziava un argomento per poi passare a un altro, io non mi sono mai permesso di interromperla.

 

Quando sei venuta in Italia e perché?

«Appena iniziò la rivoluzione decisi di venire in Italia,  ero qui solo di passaggio, dovevo fare dei documenti per andare in America a studiare. Sono rimasta un anno in Italia e mentre aspettavo ricevetti una brutta notizia, così, tornai in Iran. Mio fratello era stato imprigionato perché aveva preso posizione con i Mojahedin, volantinava nelle strade di Teheran, aveva poco più di sedici anni. I miei non erano d’accordo che mio fratello si immischiasse, mio padre diceva sempre che non essendosi ancora stabilito il potere non si sapeva da che parte si potesse stare, sia nel bene che nel male.»

 

«Un giorno che era in classe arrivarono i Pasdaran e lo portarono via. Come lui, tanti altri giovani. Io volevo aiutare mio fratello, ma per mesi non sapevamo neanche dove fosse. Poi hanno dato il permesso ai miei genitori di vederlo e parlargli. Ho fatto qualche tentativo per liberarlo, ma l’unico modo per riuscirci era che lui chiedesse scusa, che si pentisse e che denunciasse altre persone attive nella resistenza. Non lo accettò mai.»

 

«Mio padre non parlava mai di niente, mia madre piangeva giorno e notte per mio fratello. Non erano felici per la mia partenza, ma pensavano che un domani loro figlio potesse cambiare idea e raggiungermi in un altro luogo. Erano felici che io potessi creare un ambiente per mio fratello. Anche se credo che non sarebbe mai stato possibile, era troppo innamorato della sua terra. Anche per questi motivi, oltre che a questioni economiche aperte in Italia, decisi di tornare. Andai a chiedere il permesso per uscire dall’Iran ma non me lo accordarono perché mio fratello era in prigione. Tramite un gruppo di persone riuscii a scappare, dall’Iran alla Turchia e dalla Turchia fino in Italia.»

 

«Mio fratello è stato in prigione per più di sette anni, finché un giorno comunicarono a mia madre che suo figlio era morto, non si sapeva in che modo, né dove fosse stato sepolto, un silenzio totale, straziante. Qualcuno dice che abbiano dato fuoco alle carceri per svuotarle prima della visita dell’ONU, altri dicono fucilati e altri torturati. Noi non sappiamo niente. Non abbiamo mai avuto indietro la salma di mio fratello e secondo me sono stati bruciati.»

 

«L’altro mio fratello è stato arruolato nella guerra contro l’Iraq, era in prima linea e non aveva scelta. Ma non voglio parlare di questo, lui non parla mai della guerra. Essendo mio padre militare sapeva cosa aspettarsi e lo dava già per morto, entrò in una profonda depressione. Per fortuna dopo tre anni questo mio fratello ritornò a casa.»

Quando ti sei accorta che le cose stavano cambiando in Iran?

Mi ricordo che un giorno ero in taxi e per la prima volta sentii due persone che parlavano contro lo Scià, era una cosa proibita. È  stato uno shock. Una volta a casa raccontai l’accaduto a mio padre, lui era un militare dello Scià. Mi disse solo di stare zitta e di non parlare mai di niente, non in bene, non in male. Dopo pochi giorni venni a sapere di amici e parenti che partecipavano alle manifestazioni contro il regime. Quando me lo raccontavano non mi piacevano questi casini, non che fossi contro o meno, solo non mi piacevano.

 

Poco tempo dopo, un giorno che ero in ospedale per il tirocinio, dettero l’allarme. Stavano portando tanti feriti, tutti insieme, erano manifestanti colpiti da un elicottero. Ragazzi, bambini, giovani, tanti morti uno dietro l’altro. In due o tre mesi la rivoluzione era già impazzata.

Hanno utilizzato la scusa della religione e lo scontento del popolo per fare una rivoluzione, io non avevo mai sentito il nome di Khomeyní. Per noi sembrava come una favola che una persona così venisse in nostro aiuto per sistemare la situazione. Pensa, alle volte si spargevano delle voci dal nulla – se guardi la luna vedi il volto di Khomeyní – e tutti andavano in piazza a guardare la luna.

 

Appena salì al potere Khomeyní sembrava che tutto dovesse andare per il meglio, aveva fatto belle promesse, il petrolio e la sanità gratis così come le scuole. Niente di tutto ciò è mai stato mantenuto, anzi, la situazione si è subito aggravata dopo la guerra. Da un regime siamo passati a un altro, ma la gente, inconscia, era tranquilla e speranzosa. Non passarono tanti giorni prima di rendersi conto che la Pasdaran aveva iniziato a fucilare, prima le persone del vecchio regime e poi le persone che rappresentavano una minaccia al nuovo potere in un vero e proprio clima del terrore.

Torni spesso in Iran?

Torno quando riesco, perché amo la mia terra. L’Iran è molto cambiato, le donne sono cambiate. Per quanto in strada si debbano nascondere dietro al Chador, sotto questo velo ci sono persone istruite, con un forte spirito di aggregazione e che riescono a ritagliarsi i loro spazi. Sono molto attive, trovo che la mentalità delle donne sia cambiata in meglio, sembrano più aperte a tutto e con voglia di cambiamento. Invece ho visto degli uomini che fanno fatica ad allontanarsi da alcuni principi, perché ovunque c’è scritto che un uomo non è tale se permette che la propria donna faccia quello che vuole, se permette alla propria donna di stare senza Chador o se le permette di lavorare. I ragazzi invece sono il futuro del nostro paese, non danno troppo retta al regime. In Iran sta rinascendo l’arte e la musica, le donne suonano il piano anche se, magari, non si esibiranno mai in pubblico.

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Skyline di Teheran

Malgrado tutto la gente riesce a svagarsi e a divertirsi, quando vado in Iran non vedo le mancanze che c’erano ai tempi dello Scià. L’unico cambiamento è rispetto alle libertà pubbliche ma in casa, nella mia famiglia, è tutto rimasto invariato. Poi quando torno non riesco a percepire il cambiamento, passiamo da festa in festa nelle case degli amici e nei ristoranti. Quando sento i miei parenti mi dicono che ora c’è una forte inflazione e che molta gente è povera, ma sono solo cose che ho sentito dire.

Non tornerei a vivere in Iran, perché ormai la mia mentalità è cambiata. Sono venuta in Italia a vent’anni e ormai dopo quaranta non riuscirei più a tornare indietro. Per quanto ami la mia terra mi sento un po’ un’estranea lì. Non riuscirei a negarmi della libertà di fare quello che voglio, anche solo il fazzoletto, quando torno, per quanto sia moderno e colorato, io non lo sopporto per il simbolo che rappresenta. Non mi piace camminare e visitare la città a piedi, in macchina sono più tranquilla, non mi piace che ci siano persone che controllano come sono vestita. Mi sento sempre osservata anche se magari non ho niente fuori posto.

 

Cosa ti manca dell’Iran?

Dicono che se togli la libertà a una persona le togli la vita, delle volte mi sorprende che le persone siano riuscite a mantenere la loro umanità, cercando di farti stare bene, sorridendo ogni giorno al dolore. Per stare meglio, per farti stare meglio. Quando torno mi fanno sentire coccolata anche se io ormai vivo in un paese diverso, non c’è gelosia o estraneità, ma solo una grande umiltà e umanità.

Ancora una volta vorrei ringraziare la signora Marjane per avermi permesso di ascoltare la sua storia, forse sarà difficile comprendere le sfumature di questa testimonianza per chi non conosce la complessa storia della rivoluzione Islamica dell’Iran, ma sono sicuro che avrete percepito la carica emozionale di queste parole. Vi assicuro di non avere mai sofferto tanto nello scrivere un articolo.

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Questa voce è stata pubblicata il 13 gennaio 2017 da in Medio-Oriente, Senza categoria con tag , , , , .
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