Leggerò Leggero: Appunti di Cooperazione Internazionale

Non è tutta colpa di Obama

A cura di Luca Solesin

Quando un Presidente degli Stati Uniti d’America termina il suo mandato solitamente comincia a scrivere le sue memorie. Questa prassi è diventata ormai un rito di riflessione collettiva dato che trova eco sui quotidiani, sugli scaffali delle librerie e sulle riviste specialistiche. La riflessione collettiva riguarda la bontà o meno dell’operato di un ex Presidente e l’elemento centrale e principale attorno al quale si argomentano le tesi è costituito dalla sua politica estera.

È opinione diffusa che quella di Barack Hussein Obama sia stata una politica estera disastrosa.  Molti ipotizzano che i due mandati del Presidente siano stati il periodo più nero per lo splendore degli Stati Uniti nel mondo. Le principali critiche mosse nei confronti di Obama sono relative a due fattori interconnessi: l’instabilità di molti paesi affetti da conflitti e il prestigio degli Stati Uniti nello scenario globale.

Per quanto riguarda il primo fattore, ad Obama si attribuiscono le colpe di una politica non interventista, colpevole in Iraq e in Afghanistan di non essere riuscito a concludere la guerra, di un Medio Oriente precipitato nel Caos, del terrorismo globale, della crisi siriana etc. Inoltre c’è persino chi sostiene che la sua politica sia ‘finto-pacifista’ perché, in fondo, con l’uso di droni e senza schieramento di forze sul terreno, abbia causato indirettamente molti più morti. I più arditi sostengono addirittura che il prossimo crollo dell’Unione Europea sia da imputare al Presidente degli Stati Uniti che, non intervenendo in Siria e tentennando in Egitto e in Libia, ha lasciato questi paesi in una instabilità tale da favorire l’emigrazione di massa. Il flusso di migranti giunti in un’Europa priva delle capacità politiche adeguate, indebolita da una crisi proveniente da oltreoceano, spaccata dai movimenti sociali nazionalisti sarà la miccia che farà saltare l’Unione Europea.

Il secondo fattore riguarda il prestigio e la credibilità internazionale. Questo fattore concerne i rapporti con la Russia in due circostanze. La prima circostanza riguarda, anche in questo caso, i fatti relativi alla Siria. Qualche anno fa Obama pose per Bashar Hafiz al-Assad una ‘linea rossa’ superata la quale gli Stati Uniti sarebbero intervenuti militarmente. La linea rossa era costituita dall’utilizzo di armi chimiche da parte del governo di Assad. Ebbene, le armi chimiche furono utilizzate (sia da Assad che dai ribelli) ma Obama non intervenne.

Obama perse rapidamente credibilità, mostrando come i suoi ultimatum potessero essere nient’altro che un bluff. Con la sua indecisione diede spazio a Vladimir Putin di prendere le redini del conflitto appoggiando deliberatamente Assad. La seconda circostanza riguarda l’annessione della Crimea da parte della Russia. Annessioni di vasti territori non propri (la Crimea è grande più o meno come la Sicilia) era una cosa che non si vedeva dal secolo scorso. Anche in questo frangente, la Russia è riuscita ad agire senza un reale contrasto con gli Stati Uniti. Obama ha fatto perdere il peso politico dell’opinione degli Stati Uniti su un’azione di aggressione russa.

Sulla base di questi due fattori i detrattori di Obama reputano la sua politica estera un disastro, la peggiore nella storia degli Stati Uniti. Io ho un’opinione diversa. I due fattori hanno un elemento comune. Questo elemento comune è costituito dall’assioma per cui gli Stati Uniti d’America, ed in particolare il loro Presidente, sono e devono essere i padroni e guardiani del mondo. Sono i responsabili dei più svariati disordini che avvengono in ogni parte del globo. A loro deve essere attribuita la colpa delle guerre, dei conflitti, della crisi economica… Se c’è un conflitto, devono intervenire per fermarlo, se c’è un dittatore, devono intervenire per destituirlo, se c’è una violazione dei diritti umani, sono loro che detengono la responsabilità suprema di proteggere. Io credo che se una colpa deve essere trovata, essa deve essere imputata non tanto ad Obama quanto a noi.

Il problema, la colpa, l’errore non è Obama e la sua politica estera ma come noi pensiamo debba essere il ruolo degli Stati Uniti d’America nel mondo. La colpa, infatti, continuerà ad essere di Obama fintantoché noi continueremo a credere nell’assioma. Non possiamo e non dobbiamo più credere che gli Stati Uniti siano e debbano essere i padroni, gli arbitri globali e i demiurghi della storia. Io credo che Obama abbia condotto la sua politica estera esattamente in questa direzione ed alcune sue politiche ne dànno testimonianza.

Se guardiamo alcune aree geografiche del mondo come l’America Latina, l’Europa, ma anche in parte al Medio Oriente, Obama ha portato avanti una politica del bilanciamento dei poteri regionali. Si pensi all’accordo con l’Iran, ai ristabiliti rapporti con Cuba, ai viaggi in sud est asiatico in cui Obama ha rivitalizzato (politicamente ed economicamente) Stati in grado di contrapporsi alla forza egemone regionale. Inoltre Obama ha supportato le organizzazioni multilaterali come l’Organizzazione degli Stati Americani (storici gli incontri in questa sede fra Obama, Chavez e Raul Castro).

Queste organizzazioni richiedono una collaborazione attiva da parte di tutti i partner espandendo il campo democratico negli affari internazionali. Rafforzare organizzazioni multilaterali significa chiedere più responsabilità agli altri Stati. Penso che in molti capitoli della politica estera di Obama si possa riscontrare una forte richiesta all’assunzione di responsabilità, in particolare all’Unione Europea. Ed ogni volta che diciamo “è tutta colpa di Obama” ci deresponsabilizziamo, remiamo dalla parte contraria della storia. La Libia, la Siria, la Turchia, l’Egitto, l’Ucraina non confinano con l’America…

Io credo che Obama abbia cominciato un cammino storico inevitabile, che i detrattori della sua politica estera non vogliono prendere in considerazione, ossia quello di un ridimensionamento di un impero (è ancora presto per parlare di declino o caduta). Nel dopoguerra il mondo era formato da due poli contrapposti. Con la caduta del blocco sovietico il polo americano è diventato egemone. Ora il mondo è multipolare: nuovi stati hanno assunto grande rilevanza nello scacchiere globale su temi quali il riscaldamento climatico, la produzione energetica, la finanza, le nuove tecnologie, il settore bellico etc. Gli Stati Uniti, per quanto siano ancora lo Stato più potente ed influente, devono tenere conto delle capacità ed importanza degli altri Stati e non possono e non potranno più essere i dominatori indiscussi delle sorti delle terra. Tutti gli altri Stati devono capire che questa è la direzione ed agire di conseguenza.

Come quella di ogni Presidente degli Stati Uniti, la politica estera di Obama ha avuto luci ed ombre, successi e tragedie, vittorie e sconfitte. Credo che farne un bilancio in termini di positivo o negativo sia un’operazione ingiusta ed improponibile. Credo inoltre che il suo operato abbia contribuito a, e sia in sintonia con, il grande Cambiamento storico. Un Cambiamento politico, economico e sociale profondo che stiamo vivendo da almeno 10 anni. A noi rimane un compito importante: quello di renderci indipendenti e smettere di pensare che sia tutta colpa di Obama. Quando ci libereremo da questa prigione riusciremo forse a leggere con più chiarezza le dinamiche internazionali ed agire con più determinazione assumendoci in pieno le nostre responsabilità come italiani, come europei, come cittadini del mondo.

 

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Un commento su “Non è tutta colpa di Obama

  1. maurotamagni
    8 ottobre 2016

    Sono d’accordo e penso che purtroppo in Europa non ci siamo grandi figure carismatiche come ci sono state in passato. Questo è il vero dramma.

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 7 ottobre 2016 da in Geopolitica con tag , , , , , .
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