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Turchia: l’esercito, un protagonista scomodo

A cura di Chiara Lozza

Il 24 marzo la pubblicazione da parte del settimanale americano Newsweek dell’articolo “Will There Be a Coup Against Erdoğan in Turkey?” ha sollevato un coro di polemiche in Turchia e all’estero. L’articolo, firmato da Michael Rubin, descriveva una situazione interna ormai sfuggita al controllo di un “aspiring caliph” sempre più paranoico ed antidemocratico, colpevole di portare il paese verso il caos a causa di una irresponsabile gestione della questione curda.

Ciò che è più grave, Rubin sosteneva non solo che una mossa da parte dell’esercito sarebbe stata probabile nell’immediato futuro, ma anche che in caso di successo l’eventuale golpe avrebbe ricevuto un riconoscimento de facto da parte della comunità internazionale. L’articolo di Newsweek non è stato, peraltro, un caso isolato: diversi media turchi e internazionali hanno pubblicato, a partire da marzo, speculazioni relative alla possibilità di un colpo di stato militare in Turchia.

In risposta a tali illazioni, lo Stato Maggiore turco ha negato categoricamente l’esistenza di alcun piano di colpo di Stato, minacciando anzi un’azione legale nei confronti dei media colpevoli di “influence the morale and motivation of our heroic comrades-in-arms negatively and make all our members uncomfortable”. La possibilità di un colpo di Stato è stata esclusa anche dal principale partito di opposizione all’AK Party di Erdoğan, il CHP (Republican People’s Party), che ha dichiarato ormai lontana l’era dei golpe militari. Nemmeno quattro mesi più tardi, la sera del 15 luglio, Istanbul e Ankara si trovano senza alcun preavviso ad essere teatro di un abortito colpo di Stato, portato avanti da alcune sezioni dell’esercito.


Sul sito dello stesso Stato Maggiore, un comunicato dei putschisti giustifica l’operazione sulla base della necessità di restaurare e difendere “l’ordine costituzionale, la democrazia, i diritti dell’uomo e le libertà”. Tra il momento in cui le forze golpiste bloccano il ponte sul Bosforo, che a Istanbul unisce Europa ed Asia, e la resa dei soldati in Piazza Taksim di fronte alle forze di polizia fedeli al governo, non passano nemmeno quattro ore. Per una timeline del colpo di stato clicca qui.

Il tentato golpe militare di venerdì non è senza precedenti nella storia della Turchia, un paese in cui l’esercito ha storicamente rivendicato il ruolo di guardiano della democrazia secolare. Risale al 1980 l’ultimo colpo di stato militare conclusosi con un successo – il terzo in un ventennio – che ha portato a tre anni di governo militare sul paese, prima che venisse ristabilita la democrazia. A partire, tuttavia, dal 2002, con l’avvento al potere dell’AKP, il ruolo dell’esercito nella sicurezza interna ha subito un significativo ridimensionamento, da cui è conseguito un minore peso in ambito politico.

Anche in risposta a pressioni dell’Unione Europea, il governo ha infatti perseguito l’obiettivo di rafforzare il controllo dell’amministrazione civile sulle forze armate, esercitato anche attraverso nomina diretta di ufficiali di alto rango. La seconda metà degli anni Duemila ha in particolare assistito ad un inasprimento dei rapporti, in seguito alle vicende legate al cosiddetto “e-coup” (aprile 2007) e al caso Ergenekon (2007). Tali eventi, segnando rispettivamente la perdita di consenso popolare da parte delle forze armate e l’inizio di una epurazione interna alle stesse, hanno rappresentato un momento di rafforzamento per il governo AKP.

Anche in seguito a queste vicende, e al conseguente rinnovamento dei vertici militari, la relazione tra forze armate e governo è andata migliorando a partire dal 2011. Nello stesso periodo, una nuova ostilità ha iniziato ad opporre l’AKP al movimento gulenista, presente in seno a polizia e magistratura, che un decennio prima aveva rappresentato un alleato naturale per il giovane governo, alle prese con un il vecchio establishment secolarista.

Fethullah Gülen

Fethullah Gülen

Nonostante questa evoluzione nella relazione tra AKP e forze armate, questa è rimasta potenzialmente problematica. La politica turca in Siria, le relazioni con la Russia, i problemi interni legati al PKK: queste le tematiche su cui si concentra l’attenzione dell’esercito, spesso critico dell’operato del governo in materia. Che almeno una parte dell’esercito fosse decisa ad esercitare nuovamente le prerogative di custode dello Stato turco, in opposizione ad un leader percepito come autocratico, appare evidente dai fatti di venerdì.

Recep Tayyip Erdoğan

Recep Tayyip Erdoğan

Ciononostante, il fallimento del colpo mette Erdoğan nella posizione di attuare una sistematica epurazione all’interno delle forze armate, iniziata immediatamente con l’arresto di migliaia di militari. “This uprising is a gift from God to us because this will be a reason to cleanse our army” ha affermato il Presidente, portando diversi commentatori ad interrogarsi sul vantaggio politico che l’AKP saprà trarre dal fallito golpe. Per il momento, la massiccia campagna di arresti – ad oggi (19/7) Reuters riporta 50.000 persone tra soldati, poliziotti, giudici, dipendenti pubblici e insegnanti “suspended or detained” – non dà segno di volersi concludere, tra accuse ai sostenitori interni e internazionali di Fethullah Gülen e tiepidi ammonimenti da parte della comunità internazionale.

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Un commento su “Turchia: l’esercito, un protagonista scomodo

  1. maurotamagni
    22 luglio 2016

    Avresti dovuto avere più coraggio e scrivere cosa veramente sia stato questo golpe.

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 22 luglio 2016 da in Geopolitica con tag , , , .
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