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5 Broken Cameras: un contadino che diventa regista, un regista che diventa testimone

A cura di Davide Garlini

Una copia di questo film dovrebbe essere spedita a tutte le case della società occidentale”. M.Moore
Questo è un film sulla pace. E un tentativo di dare una visione oggettiva a una situazione spesso mal interpretata, nonché di sottolineare il bisogno di una soluzione stabile, duratura ed equa al conflitto”. E.Burnat

Scrivere di un’opera come 5 Broken Cameras è un compito particolarmente arduo. Si tratta di un lavoro che va oltre la mera cinematografia, un film per il quale sangue è stato versato, una storia per il cui racconto molte persone hanno dato la vita. I suoi 90 minuti scorrono rapidi, toccando alcune delle corde più sensibili dell’animo umano e mostrandoci come una telecamera (o cinque, in questo caso) possa tramutarsi, se utilizzata dalle mani e dalle menti giuste, in uno strumento ben più potente di qualsiasi arma da fuoco.

“5 telecamere rotte” è più di un titolo. È ciò di cui Emad Burnat, contadino palestinese e cineasta autodidatta, ha avuto bisogno per realizzare un atto di testimonianza come pochi altri. Si tratta della cronaca e della narrazione dei movimenti di protesta pacifici tenutisi a Bil’in, un villaggio della Cisgiordania, contro la costruzione delle barriere da parte dei coloni israeliani. Eccezion fatta per alcuni giorni trascorsi in ospedale, tutto il materiale è stato documentato dallo stesso Burnat con una telecamera, la prima di cinque, inizialmente acquistata per filmare la nascita del figlioletto Gibreel.

Il lieto evento coincide però con la costruzione di un muro di separazione tra Bil’in e i possedimenti israeliani. Il percorso del muro andava a dividere per sempre il villaggio da quasi tutte le terre coltivabili. Le conseguenti proteste avranno un impatto incancellabile sulla crescita di Gibreel e sul destino di padre e di uomo di Emad. Invece di impugnare un fucile, il nostro cineasta autodidatta decide di imbracciare la sua telecamera e di filmare letteralmente qualunque cosa: le violenze della polizia e dell’esercito, la distruzione degli ulivi da parte dei coloni, le incursioni notturne dei soldati, l’arresto di bambini e molto altro. Ogni telecamera è usata per documentare eventi di questo genere e ogni telecamera viene distrutta.

Ci vorranno sei anni e cinque telecamere per procurarsi abbastanza materiale da ricavarne un film. Il risultato è però travolgente e mette d’accordo tutto il mondo: riceve elogi di pubblico e critica, viene mostrato alle Nazioni Unite, vince il Sundance Film Festival di Robert Redford e concorre agli Oscar come Miglior Documentario.


L’obiettivo di 5 Broken Cameras è di raccontare una storia e raccontarla al più vasto audience possibile. Un infinito numero di esempi in tutto il mondo ci dimostrano che mantenere atteggiamenti pacifici quando si è circondati da morte e violenza non è per nulla semplice, ma questo è esattamente ciò che gli abitanti di Bil’in stanno cercando di fare. Questo film è la loro storia. Lo stesso Emad Burnat spiega costantemente che in tali circostanze la telecamera è molto più di uno mezzo tecnico, è uno strumento che salva vite. Solo ed esclusivamente per questa ragione Emad riuscirà a continuare a filmare anche durante episodi molto personali quali l’arresto del fratello o il pestaggio di diversi amici, fino all’uccisione di uno di loro.


Mentre la pellicola scorre, lo spettatore si affeziona ai personaggi, impara a rispettarli, si preoccupa per loro, si chiede cosa succederà dopo. Ed ecco che il miracolo dell’arte si realizza nella sua pienezza: un contadino palestinese riesce a dare vita a un’opera che risulta allo stesso tempo uno straziante documentario e un eccitantissimo film.

La lotta non è tuttavia conclusa, un film di successo può limitare le ingiustizie, ma non le ferma completamente. Emad Burnat è in questo momento impegnato nella costruzione di una scuola di cinematografia a Bil’in, con il preciso intento di insegnare a ogni bambino del paese a utilizzare una cinepresa. Missione non semplice. Dai fondi alla burocrazia, l’intero progetto potrebbe risultare lungo e faticoso, oltre che fortemente ostacolato.

Quello che noi possiamo fare è, per lo meno, non guardare altrove. Possiamo conoscere di più sulla storia di Emad e del popolo palestinese e, nel nostro piccolo, farcene portavoce. Nessuno di noi è, come chiaro, direttamente responsabile per la situazione israelo-palestinese, ma d’altro canto, a volte, lo scegliere di ignorare può essere un crimine e ignorare la storia di Emad Burnat ci renderebbe tutti colpevoli.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 20 maggio 2016 da in Esperienze sul campo/Reportage con tag , , , , .
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