Leggerò Leggero: Appunti di Cooperazione Internazionale

Georgia: dall’isolamento della Valle del Pankisi a Brescia, passando per Tbilisi

A cura di Luca Martinengo e Roberto Memme

Luca: Oggi mi trovo con un vecchio amico, Roberto Memme, che ha qualcosa da raccontarci a proposito della Georgia. Buongiorno Bob! oggi ti presentiamo anche in veste di nuovo membro dello staff di Leggerò Leggero. Dicci chi sei, cosa fai e dove hai trascorso gli ultimi mesi.
Roberto: Buongiorno a te Luca e a tutti i lettori! Cercherò di essere breve…tu fermami se dovessi dilungarmi troppo!

L: Non preoccuparti, vai!
R: Allora: sono uno studente prossimo alla laurea e vivo nell’hinterland bresciano. Ho sempre lavorato per autofinanziare gli studi e perciò non ho avuto la possibilità di usufruire di programmi di internazionalizzazione per studenti…perlomeno fino alla scorsa primavera. L’ultima proroga del contratto a tempo determinato sarebbe scaduta in estate, decisi quindi di approfittare del momento. Grazie ai bandi extra-UE dell’Università di Bergamo, ho trascorso lo scorso autunno nella capitale georgiana, cogliendo inoltre l’occasione di visitare buona parte del paese. L’Osservatorio Balcani Caucaso mi aveva gentilmente indicato il contatto di European Centre for Minority Issues di Tbilisi, ONG nonché centro di ricerca sui quali avrei voluto impostare la mia esperienza nel Caucaso. Quindi, incrociando le dita, mi sono proposto per un tirocinio. I corsi della Cattedra UNESCO in Diritti dell’Uomo ed Etica della Cooperazione Internazionale di Bergamo, ambito nel quale mi sto specializzando, mi hanno fornito il background necessario per potermi presentare al meglio, a quanto pare, perché la mia domanda venne approvata!

L: Fantastico! Beh, direi che ora puoi raccontarci un po’ della tua esperienza.. Cosa ti ha colpito di più di questo paese e della sua capitale? Sei riuscito a farti un’idea di che significa “essere georgiano” e vivere in Georgia?
R: Con piacere! Ti dirò che sono stato praticamente “adottato” da una famiglia georgiana che abita poco distante da dove avevo affittato la mia stanza. Nonostante la mia breve permanenza, grazie a loro ho potuto confrontarmi a fondo con le tradizioni locali, visitare diverse località e conoscere la proverbiale accoglienza georgiana. Oltre alla fortuna di vedere coi miei occhi la diversità etnica e naturale di una buona parte del paese!Per spiegarti meglio, vorrei descriverti un paio di cosine..
Allora, sull’altura che ospita la Fortezza-Castello di Narikala, dalla quale si può ammirare la suggestiva città vecchia di Tbilisi, è situata una grande statua che rappresenta una possente donna guerriera che porge con la mano sinistra una coppa di vino (a proposito, piccola curiosità: sapevi che alcuni dicono che il vino sia nato proprio in Georgia?!), mentre con la destra regge in posizione difensiva un pugnale (uno dei simboli della cultura/identità georgiana e caucasica). Kartlis Deda, il nome georgiano della statua cioè “Madre della Georgia”, a mio parere riassume un po’ l’essenza georgiana: assoluta ospitalità, accoglienza e cordialità verso il prossimo, che si tramutano in un combattivo orgoglio identitario nel momento in cui questi principi vengono minacciati. In più, se osservi il panorama ai piedi della statua che domina Tbilisi, puoi scorgere tra i tetti della città vecchia una serie di costruzioni religiose. Nel centro storico della città convivono a pochi metri di distanza l’una dall’altra una sinagoga, una moschea e una chiesa ortodossa georgiana: ne compongono il tessuto urbanistico come elementi essenziali. All’interno del Castello Rabati (nella cittadina di Akhaltsikhe, vicinissimo al confine con la Turchia, dove sono andato a conoscere amici e parenti della mia “famiglia” georgiana) ho potuto osservare i tre edifici di culto delle tre principali religioni monoteistiche convivere armonicamente all’interno dello stesso contesto della fortezza.
Tutta questa pappardella per dire che qui la convivenza, il dialogo interreligiosi e il confronto tra le diverse confessioni sono temi sempre vivi e allo stesso tempo antichi, parte del percorso storico nazionale. Le riflessioni su temi come la convivenza religiosa ed interetnica e il senso dell’identità nazionale mi hanno accompagnato durante tutta la mia permanenza, anche perché l’ambiente circostante era esso stesso, come ho cercato di spiegarti con questi piccoli esempi, molto stimolante. Tbilisi è una città piena di contraddizioni che mi ha conquistato subito, come la sua gente. Credo che si possa dire lo stesso della Georgia ma spero di poterlo confermare ritornandoci presto.

Mappa Georgia

L: Posso chiederti come mai hai scelto proprio il Caucaso?
R: La storia e le narrative dell’area caucasica mi hanno da sempre affascinato: negli ultimi anni documentari, film, musiche e libri mi hanno fatto compagnia nelle pause dal lavoro e dallo studio. Nei mesi precedenti la partenza mi ero addentrato tra le pieghe delle vicende dell’affascinante melting pot caucasico, attratto dal panorama naturale mozzafiato e dalla nuvola di misticismo, fedi religiose ed antichissime tradizioni che avvolge questo crocevia di popoli, culture, lingue ed etnie diversissime. In queste vicende si possono ritrovare significati che, secondo me, trascendono la mera realtà storico-geografica caucasica, come la composizione delle identità locali e le complesse dinamiche di convivenza.

L: Ma spiegaci perché proprio la Georgia: qual è stato il motivo per il quale hai deciso di intraprendere questo percorso?
R: Beh, mi avevano incuriosito le questioni più recenti della storia della Georgia post-Sovietica e dei popoli che vivono sul versante settentrionale delle montagne del Grande Caucaso. Mi riferisco alle crisi e guerre civili che si sono susseguite dallo scioglimento dell’Unione Sovietica: dai conflitti interetnici tra georgiani, abcasi ed osseti, che hanno portato indipendenza de facto di Abcasia e di Ossezia del Sud (e ai conseguenti c.d. “conflitti congelati” con le suddette repubbliche autoproclamate) alla convivenza con le minoranze di Armeni e Azeri nel sud-est del paese; dalle devastanti guerre d’indipendenza cecena al conflitto armato osseto-russo-georgiano del 2008. C’era un’area ben precisa che aveva catturato la mia attenzione: la Valle del Pankisi. Quest’area collega la storia georgiana con quella cecena. A varie riprese e per circa un decennio dalla fine degli anni novanta, questa gola del nord-est della Georgia ha ospitato numerosi rifugiati ceceni in fuga dal duro conflitto russo-ceceno. Purtroppo, a causa della fluidità del vicino confine con la Russia e dell’isolamento della valle, è stata sfruttata da diversi gruppi di ribelli e terroristi ceceni come base di ricognizione. In questa terra, isolata sia geograficamente sia, si può dire, economicamente dal resto del paese, risiedeva già da circa due secoli una minoranza di origine (appunto) cecena, i Kisti: una comunità di circa 8000 membri dalle profonde tradizioni, di fede musulmana sunnita, in grado di comprendere e parlare tre lingue (georgiano, ceceno e russo) che rappresentano la loro triplice affiliazione. I Kisti accolsero i loro “cugini” in fuga dal conflitto ma, tra questi, la presenza di diversi gruppi militanti ha alimentato la diffidenza della maggioranza georgiana. Queste vicende, che hanno tra l’altro legittimato pericolose interferenze russe nell’amministrazione georgiana in nome della lotta al terrorismo, hanno spaventato la popolazione georgiana e hanno contribuito a “stigmatizzare” questa accogliente e calorosa comunità, tacciata di favorire il terrorismo. Purtroppo, queste dinamiche si stanno ripresentando in questi mesi e l’area sta ritornando sotto i riflettori anche a causa della radicalizzazione della comunità, nonostante sia da sempre fedele alle correnti sufi, confraternite mistiche dell’Islam che poco hanno a che fare con il radicalismo come inteso oggi… tra l’altro, come puoi avere intuito, le tematiche che emergono dalle vicende di quest’area sono super attuali!

L: ..a proposito di attualità! So che hai attirato l’attenzione del Giornale di Brescia a causa di un tuo progetto rivolto ad alcuni studenti di questa valle e non solo, giusto? Ci spiegheresti in cosa consiste, da cosa è nato e quali sono gli obiettivi?
R: Prima di partire ho contattato la Roddy Scott Foundation, una fondazione inglese che opera nel Pankisi e si occupa dell’insegnamento di inglese e IT agli studenti. Organizzano corsi pomeridiani e nel weekend che vengono gestiti da insegnanti locali e li riforniscono di materiale scolastico aggiornato. Tra le varie attività, hanno fondato il Pankisi Times, un giornale on-line sul quale scrivono gli studenti stessi! Ho pensato: “sarebbe fantastico (e magari utile…) riuscire a mettere in contatto i ragazzi del paese in cui vivo (Bovezzo) con gli studenti del Pankisi!” Era una grande e semplice opportunità per una sorta di scambio culturale in un periodo in cui il timore verso l’Altro sembra acuirsi ogni giorni di più, da una parte e dall’altra. La scuola di Bovezzo si è dimostrata da subito entusiasta ed ho creato così TheNewsBrothers: un web-magazine gemello al Pankisi Times sul quale i ragazzi di entrambi i paesi possono commentare e scrivere liberamente i propri “pezzi”. Se vuoi dare una sbirciata, puoi vedere gli articoli su www.thenewsbrothers.net. Con questa piccola iniziativa si cerca di stimolare i ragazzi ad apprezzare il valore di “ponte culturale” dell’inglese, senza il quale non avrebbero potuto conoscersi. Il contributo maggiore di questo progetto, o almeno credo, risiede nel dare un piccolo contributo alla riduzione dell’isolamento degli studenti del Pankisi. Sia le insegnanti che gli studenti sono convinti che comunicare con realtà diverse possa fornire stimoli alternativi alla lotta armata in Siria, come confermatomi dalla mia visita in valle. Purtroppo, negli ultimi due anni parecchi abitanti del Pankisi (dicono tra i 50 e i 200) hanno lasciato i propri villaggi per andare a sostenere il jihad armato in Siria tra le file dell’Isis. Tra l’altro, molti di questi sono giovanissimi… e ti dirò di più, purtroppo! Uno dei leader massimi di Isis, un certo Tarkhan Batirashvili che risponde al nome di battaglia di Abu Omar al-Shishani – Il Ceceno, anche se pare sia stato ucciso qualche giorno fa, viene proprio dal Pankisi ed è (o era, non si capisce molto bene..) a capo della “legione straniera” dell’Isis, cioè il boss del reclutamento di molti c.d. Foreign Fighters…Insomma, spero di dare un piccolo contributo alla riabilitazione dell’immagine dei popoli ceceni fornendo un punto di vista diretto. Mi auguro che Pankisi non rimanga famosa solamente per le tristi vicende passate o per i collegamenti con lo Stato Islamico (come sta succedendo invece per Gornja Maoça in Bosnia…) ma per l’unicità delle tradizioni ibride ceceno-georgiane e la vitalità che caratterizzano questa comunità.

L: Ti devo chiedere un’ultima cosa. Hai qualche novità “in anteprima” per noi? Sai già se e quali sviluppi ci saranno?
R: Guarda, sono piuttosto scaramantico…però dai, ti posso dire che l’Ambasciata italiana in Georgia pare interessata! Vediamo quindi se sarà disponibile a sostenere il progetto.. L’intenzione sarebbe quella di creare un vero e proprio network internazionale, una specie di portale sul quale scrivano e comunichino giovani vulnerabili e isolati. A proposito, a breve dovrebbe aggiungersi un gruppo di ragazzi orfani di Stepanakert (Nagorno-Karabakh) e probabilmente anche una piccola scolaresca palestinese… ma vedremo! Nel frattempo, sto collaborando con alcuni ragazzi di una “ONG start-up” e non si sa mai che mi improvvisi project manager…sarebbe una bella botta come prima esperienza di lavoro nel settore, no?! Tra le varie idee in cantiere, ci sarebbe quella di imbastire una web-radio i cui programmi vengano registrati, sempre in inglese, da studenti appartenenti a diverse realtà… L’entusiasmo è parecchio e, nonostante i “problemi tecnici”, non si sa mai che nei prossimi mesi si riesca ad ufficializzare questo impegno..

L: In bocca al lupo allora…e grazie!
R: No, grazie a voi!! A presto!… e crepi il lupastro!

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