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Adriano Olivetti: un uomo giusto

A cura di Giulia Tamagni

“ Fra questi amici ce n’era uno che si chiamava Olivetti, e io ricordo la prima volta che entrò in casa nostra, vestito da soldato perché faceva in quel tempo il servizio militare. Adriano aveva allora la barba, una barba incolta e ricciuta, di un colore fulvo; aveva lunghi capelli biondo fulvi, che si arricciolavano sulla nuca ed era grasso e pallido. La divisa militare gli cadeva male sulle spalle, che erano grasse e tonde; e non ho mai visto una persona, in panni grigio verdi e con pistola alla cintola, più goffa e meno marziale di lui. Aveva un’aria molto malinconica, forse perché non gli piaceva niente fare il soldato; era timido e silenzioso, ma quando parlava, parlava allora a lungo e a voce bassissima, e diceva cose confuse ed oscure, fissando il vuoto con i piccoli occhi celesti, che erano insieme freddi e sognanti ”.

Questa la descrizione che Natalia Ginzburg da di Adriano Olivetti nel suo celebre libro Lessico Famigliare. Certo, non esattamente quello che si direbbe un elogio, ma Olivetti era proprio così. Ricordato per lo più per essere stato un grande innovatore in campo tecnologico, impossibile non citare i due prodotti che lo resero immortale, il calcolatore elettronico Divisumma 24 e il primo personal computer Programma 101, la figura di Adriano Olivetti è però spesso dimenticata in una delle sue accezioni più grandiose, ovvero quello di un uomo dall’incrollabile etica.

Come studentessa, sono inciampata nella figura di Olivetti durante il corso di Etica Economica, gestito dal professor Stefano Lucarelli presso l’Università di Bergamo. Etica ed Economia. Due parole sulle quali, con non poca fatica, il professor Lucarelli ha cercato di farci ragionare ma soprattutto di farci trovare un nesso. Tralasciando tutta la trafila filosofica che ci ha portato a dire “sì, etica ed economia possono coesistere” (Aristotele, se stai leggendo, non è per antipatia che non mi soffermo, è che sei davvero lungo da spiegare), credo che solo con un esempio concreto si possa effettivamente chiarire in che modo queste due realtà che sembrano troppo spesso ignorarsi sono collegate. Questo esempio altro non è che la figura di Olivetti. Per saperne di più >>>

Nato a Ivrea nel 1901 e laureatosi in Ingegneria chimica presso l’Università di Torino nel 1924, Olivetti non fu solo innovatore ma anche attivista politico. Fervente antifascista, partecipò con Carlo Rosselli, Ferruccio Parri, Sandro Pertini e altri alla liberazione di Filippo Turati (lo stesso Adriano era alla guida dell’auto che lo portò fuori dal paese), guadagnandosi l’appellativo di sovversivo da Badoglio. Caduto il regime, rientra in Italia e prende le redini dell’azienda del padre Camillo.
L’architetto e designer (mi permetto di dire, anche un po’ filosofo) Eduardo Vittoria, collaboratore di Adriano, è la persona che meglio riesce ad esprimere l’innovazione umanistica di Olivetti, definendolo come “un grande produttore d’idee e di manufatti, due cose che hanno sempre fatto a cazzotti nella cultura italiana”. Produrre manufatti, in una fabbrica, e produrre idee, ma sempre all’interno della stessa fabbrica. Com’è possibile?

Olivetti era un uomo dalla enorme voracità culturale: amava la storia, la letteratura, l’architettura e la filosofia, discipline che hanno influenzato il suo modo di porsi nei confronti degli operai della fabbrica e del territorio che li ospita. Aveva una visione d’avanguardia sul rapporto tra dirigenza e operai, fuori dalle convenzioni dell’Italia degli anni ’50, un’Italia in pieno boom economico ma ancora umanamente in ginocchio dalla seconda guerra. La nuova visione si radicalizza nel nuovo modello di rapporto che Adriano immagina tra profitto e condizioni di lavoro adeguate: il profitto deve essere reinvestito per il bene della comunità.
Un primo passo in questo senso è stato costruire delle fabbriche a misura d’uomo. Adriano si è avvalso dell’aiuto di grandi architetti per costruire le strutture lavorative, prediligendo l’utilizzo del vetro e del ferro, in grado di creare un ambiente di lavoro luminoso, dove ci si vede e dunque ci si parla, si vive, come a casa. In secondo luogo, la scelta di utilizzare questi materiali per la costruzione delle aziende è stata dettata dalla volontà d’ inserire la fabbrica all’interno del territorio, della città, dell’urbe che la ospita, creando delle vere e proprie perle d’architettura industriale e al contempo urbana, che gli valsero il premio Compasso d’Oro per la qualità dell’estetica industriale. Per saperne di più >>>

Ma il profitto dell’azienda andava anche reinvestito in risorse umane. Infatti Adriano fece spazio, all’interno della fabbrica stessa, ad una biblioteca di oltre 50.000 volumi, messi a disposizione di tutti anche durante l’orario lavorativo. Frequenti erano le lezioni, per dirigenti e operai insieme, sulla storia del movimento operario, sulle rivoluzioni storiche e non mancavano di certo installazioni pittoriche o serate culturali, accompagnate da grandi nomi della cultura italiana, come Moravia o Pasolini. Insomma, una vera e propria educazione alla cultura. Per saperne di più >>>

Tirando le somme di quanto appena descritto, non mi sembra troppo azzardato definire Adriano Olivetti come un grande imprenditore illuminato come pochi ce ne sono stati nella storia dell’industria italiana. Un uomo giusto. Un imprenditore giusto, che è stato davvero in grado di rendersi sintesi dell’essenze contenute nella parole economia, che in greco altro non vuol dire se non “legge della casa” ed etica, ovvero “consuetudine”, anticipando di fatto Papa Giovanni Paolo II che, con l’enciclica Laborem Exercens del 1981, dichiarerà il lavoro un dovere ma anche un diritto portatore di altri diritti. Per saperne di più >>>

Olivetti muore tragicamente il 27 febbraio 1960 durante un viaggio in treno da Milano a Losanna e, della sua ditta, molto verrà fatto e detto, arrivando al punto di definire la storia aziendale post-Adriano un vero e proprio Olivetticidio. A ricordo dell’Adriano innovatore, umanista, sociologo e illuminato, i famigliari, amici e collaboratori hanno istituito nel 1962 la Fondazione Adriano Olivetti, “con l’intento di raccogliere e sviluppare l’impegno civile, sociale e politico che ha distinto l’operato di Adriano Olivetti nel corso della sua vita”. Per saperne di più >>>

Tanto, troppo, ci sarebbe ancora da dire su quest’uomo che gli oppositori chiamavano utopico e gli amici chiamavano portatore di valori. Sta di fatto che la sua figura è ancora oggi segno di innovazione industriale e riscoperta culturale, due cose sulle quali è indispensabile tornare a riflettere come due lati, seppur opposti, di una stessa moneta.

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