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Persone “Usa e Getta”: La schiavitù nel XXI Secolo

A cura di Davide Garlini

Oggi, nel 2015, 29.8 milioni di persone sono ridotte in schiavitù. Per saperne di più >>>

Da quando, per pura casualità, ho scoperto questa statistica, la questione “schiavitù contemporanea” si è trasformata in un interesse primario. Ritengo importante chiarire fin da subito che mi riferisco a vera e propria schiavitù. La stessa che si associa alle costruzioni delle piramidi in Egitto o alle piantagioni di cotone nelle Americhe. Una piaga che, in diversi modi, ha segnato l’intera storia dell’umanità ma che, diversamente da quanto molti pensano a causa di una quasi totale disinformazione al riguardo, è tutt’altro che scomparsa. Per saperne di più >>>

La schiavitù esiste ancora e si trova, per motivi che tenterò di chiarire, in un momento storico particolarissimo il quale potrà rivelarsi determinante, in un senso o nell’altro. A causa di tutta una serie di ragioni, nella mentalità occidentale il concetto stesso di “schiavitù” viene immediatamente associato a immagini appartenenti a un passato più o meno remoto. Nelle nostre scuole la schiavitù viene insegnata, per lo più superficialmente, come se si trattasse di un evento singolo: un episodio prolungato, tragico, esteso, ma pur tuttavia qualcosa che l’umanità è riuscita a sconfiggere o quanto meno limitare. L’obiettivo di queste mie poche righe è estremamente semplice: raccontarvi che non è così. Per saperne di più >>>

Andiamo per ordine. Cosa si intende per “schiavo”? Cosa deve accadere nella vita di un individuo perché egli possa essere definito uno “schiavo”? La storia ci insegna che le prerogative sono tre, devono verificarsi contemporaneamente e non sono mai cambiate nel corso dei secoli:

  • l’individuo deve essere sfruttato per fini economici, ovvero colui che lo sfrutta ricava dal suo lavoro un guadagno di carattere monetario;
  • l’individuo deve essere trattenuto contro la sua volontà;
  • l’individuo non riceve alcun tipo di pagamento per il suo lavoro, al di là dei minimi elementi di sussistenza.

Sono le tre condizioni che caratterizzano la schiavitù da tutta la storia. Risultano essere di una semplicità quasi disarmante ma in esse, al giorno d’oggi, ricadono quasi 30 milioni di persone sparse per ogni angolo del mondo. Stando alla Free the Slaves Organization infatti, gli unici due paesi al mondo dove non sono stati riscontrati casi di riduzione in schiavitù sono l’Islanda e la Groenlandia. In tutti gli altri paesi si è verificato almeno un caso, dalle piantagioni di cacao in Costa d’Avorio alla prostituzione minorile in Thailandia, dal lavoro forzato in Cina ai braccianti agricoli in Florida, in Texas o in California.

Invito il lettore a riflettere sulla cifra che ho fornito: 30 milioni di persone ridotte in schiavitù. Oggi, nel 2015, proprio ora mentre scrivo queste poche righe e mentre voi le leggete un numero di persone pari alla popolazione di Portogallo, Grecia e Austria messe insieme sono ingiustamente private dalla propria libertà e costrette ai lavori forzati o peggio. Aggiungo che ai tempi degli egizi, dell’impero romano o della tratta degli africani non si arrivava a una cifra del genere. Da cosa deriva quindi ciò che è a tutti gli effetti un considerevole aumento delle persone ridotte in schiavitù nel mondo? Anche in questo caso le motivazioni sono tre e a identificarle è Kevin Bales, presidente e fondatore della Free the Slaves. Sono condizioni che, prese singolarmente, non sarebbero mai causa della riduzione di determinati individui o gruppi in schiavitù. Esse sono però complementari e, se in atto contemporaneamente, rendono il terreno assai fertile per sfruttatori e trafficanti:

  • Il vertiginoso aumento della popolazione mondiale, in particolare nei paesi del terzo mondo;
  • I cambiamenti economici dovuti alla globalizzazione e i negativi effetti sulle nazioni più povere;
  • La dilagante corruzione negli ambienti politici e polizieschi di tali paesi, la quale mette i più vulnerabili nella condizione di non ricevere protezione.

Nessuno viene reso schiavo dall’aumento della popolazione, nessuno viene reso schiavo dalla globalizzazione e neppure dalla corruzione. In determinate parti del mondo però queste tre condizioni insieme si rivelano fatali.

Il risultato di questa situazione, mai verificatasi con tale intensità, è un’ enorme disponibilità di materiale umano. Non occorre quindi essere economisti per rendersi conto che –  come ogni volta che sul mercato esiste grande disponibilità di un prodotto – ecco che ne crolla il costo. In proporzione, uno schiavo non è mai costato così poco al suo sfruttatore in tutta la storia dell’umanità.

Esiste però un lato positivo di questa medaglia. Se gli schiavi costano così poco dovrebbe costare poco anche liberarli. Si hanno, di fatti, notizie di schiavi liberati per l’equivalente di 40 dollari americani. Ed è a questo aspetto che vorrei dedicare la seconda parte del mio articolo: se, da un lato, determinate condizioni che il mondo contemporaneo ha generato hanno gettato le basi per un rafforzamento del dramma della schiavitù, dall’altro mai in nessuna epoca si è stati così vicini alla possibilità di sradicarla per sempre. Come detto, non si è mai avuto un numero così alto di schiavi nella storia ma, allo stesso tempo, i sopracitati 30 milioni di persone sono, in proporzione, la più bassa percentuale di sempre di individui ridotti in schiavitù rispetto alla popolazione totale. Inoltre, la schiavitù è stata spinta ai margini da praticamente ogni società venendo resa illegale. Si tratta di un fenomeno mai così vicino all’estinzione ma nessuno sembra riuscire a darle il fatidico colpo di grazia. Per saperne di più >>>

Lo stesso Kevin Bales, il maggiore esperto mondiale, ha identificato in una cifra molto precisa il prezzo, in dollari americani, della fine della schiavitù su scala mondiale. Stando a Bales, la liberazione di ogni schiavo e il suo reinserimento nella società costerebbe, in media, 400$ a persona (poco meno di 355 euro), per un totale di 12 miliardi di dollari (10 miliardi e mezzo di euro). 12 miliardi di dollari per liberare 30 milioni di schiavi e reinserirli attivamente nel tessuto sociale.

Prego il lettore di non farsi spaventare da questo numero, qualunque sito di statistiche confermerebbe infatti che una simile cifra è vicina a quanto la popolazione americana spende in blue jeans in un anno, meno di quanto nel mondo si spende per Ipad e simili in un singolo periodo natalizio. A livello globale, è una cifra irrisoria. A questo vorrei inoltre aggiungere che, seppur la causa ne giustificherebbe comunque l’impiego, non si tratterebbe di denaro perso. Al contrario, gli schiavi liberati e reinseriti in una comunità diventerebbero lavoratori legali, nuovi produttori e nuovi consumatori, dando il loro contributo alla rigenerazione di un’intera economia.

Concludo affermando che, se c’è una cosa su cui tutta l’umanità risulterebbe d’accordo, questa sarebbe che la schiavitù non dovrebbe esistere. Oggi, forse per la prima volta, siamo assai vicini a ottenere questo storico risultato ma il primo passo per raggiungerlo è conoscere, informarsi, sviluppare consapevolezza del fatto che, sparsi per il mondo, un numero di disperati pari a metà della popolazione italiana è, in questo momento, ridotta in schiavitù. Mi chiedo quindi a cosa servano gli anni di civiltà di cui ci vantiamo, tutto il potere politico, economico e intellettuale che l’occidente ha ottenuto e di cui si vanta a volte eccessivamente, se non li si possono utilizzare per ricucire una ferita lunga 60 mila anni.

  • Libro consigliato: Disposable People, Kevin Bales
  • Cibo consigliato: Una tavoletta di cioccolato (riflettendo sulla sua provenienza)
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Un commento su “Persone “Usa e Getta”: La schiavitù nel XXI Secolo

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Questa voce è stata pubblicata il 2 ottobre 2015 da in Diritto Internazionale con tag , , , , .
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