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Microfinanza in Europa: la divergenza dal modello dei PVS sulla via della sostenibilità finanziaria.

A cura di Luca Maria Torre

Dopo gli articoli riportanti gli esempi concreti di microfinanza in Paesi come India e Giordania, qualcuno si potrebbe ragionevolmente chiedere se la microfinanza è un fenomeno applicabile ai soli Paesi in Via di Sviluppo (PVS) o può anche varcare le porte del mondo occidentale e industrializzato. Naturalmente anche in Europa e in occidente esistono istituzioni di microfinanza (IMF). Nei paesi industrializzati, però, la microfinanza, più che svolgere un ruolo di promozione dello sviluppo e della produzione, spesso costituisce un elemento volto a ridurre l’esclusione finanziaria e le ineguaglianze sociali causate dall’inefficienza del sistema economico e delle politiche sociali. L’adattamento del modello di microfinanza europea è causato e reso necessario dalle sostanziali differenze socio-economiche esistenti tra i diversi Paesi. Lo schema applicato ai Paesi sviluppati si è discostato da quello applicato nei PVS, con caratteristiche e finalità differenti a seconda del contesto in cui è inserito.

Mettendo a paragone quindi PVS e Paesi industrializzati risulta che nei primi la metà della popolazione è impiegata in attività imprenditoriali proprie, mentre nei secondi, nonostante il proliferare delle piccole imprese, la popolazione con attività propria è nettamente inferiore a quella dei PVS. Anche il target di clientela a cui si propongono i servizi di microfinanza sono completamente divergenti: da una parte abbiamo i PVS che offrono i propri prodotti per il 94% a donne, dall’altra, nei Paesi avanzati, solo per il 4,5%. Per quanto riguarda la profondità, ossia l’obiettivo di raggiungere con i propri servizi “i più poveri tra i poveri”, nei Paesi del Nord è posta in secondo piano. I poorest vivono nei PVS ed è praticamente impossibile trovare questi soggetti, che vivono con meno di un dollaro al giorno, nel Nord del Mondo.

La differenza tra le due regioni del Mondo è data anche dall’ampiezza del mercato di riferimento: nei PVS i servizi di microfinanza interessano la quasi totalità della popolazione, al contrario, nei Paesi industrializzati, la popolazione interessata è una percentuale veramente esigua rispetto alla totale. Nei PVS si garantisce in questo modo l’opportunità di sviluppare efficienti economie di scala.

Altra problematica per i Paesi industrializzati sono le stringenti regole imposte in materia finanziaria che comportano un divario importante anche nel campo dell’applicazione dei tassi d’interesse. Il contrasto maggiore tra i due modelli è dato dai tassi annuali applicati: nei PVS possono arrivare mediamente oltre il 20%, mentre nell’Unione Europea la media dei tassi d’interesse applicati è del 10% per i prestiti d’impresa e 15% per quelli personali (naturalmente tenendo conto dei tassi d’inflazione che nel 2013, secondo i dati della Banca mondiale, nei Paesi europei si vedeva scendere la media all’1,4%, mentre per i Paesi definiti a “basso e medio-basso reddito” si arrivava a superare mediamente il 5%).

In Europa attualmente, secondo una ricerca condotta dalla Federazione Bancaria Europea e integrata dall’ABI, le legislazioni relative alla fissazione di massimali per i tassi d’interessi non sono omogenee. È emerso che un gruppo di Stati (Bulgaria, Germania, Lettonia, Lussemburgo, Spagna e UK) non ha adottato alcuna normativa specifica che imponga restrizioni ai tassi d’interesse; un altro gruppo di Paesi (Estonia, Finlandia e Polonia) ha una normativa specifica per la fissazione del tasso soglia, ma senza alcuna rilevanza sul profilo penale; infine, insieme all’Italia, c’è un terzo gruppo di Paesi (Francia, Grecia, Portogallo, Ungheria, Svezia, Svizzera e Slovacchia) che prevede l’usura come reato, anche se non in tutti questi Paesi è previsto un tasso soglia.

Parlando poi di piani di restituzione dei prestiti, si accerta un’ulteriore divergenza obbligata: nei PVS, i termini di rimborso, per la maggioranza dei casi, non vanno oltre i 12 mesi, mentre nei Paesi avanzati i tempi sono molto più lunghi a causa delle difficoltà da affrontare nelle fasi di avvio.

Come si può notare dai dati riportati, i Paesi industrializzati necessitano un adattamento del modello, ma nonostante le difficoltà applicative rispetto ai PVS, il mercato europeo risulta in costate crescita, come dimostrato dall’indagine dell’European Microfinance Network (EMN).  Per saperne di più >>>

La sfida maggiore per le IMF europee nei prossimi anni consisterà però nel trovare nuove fonti di finanziamento stabili o nel convertire la propria gestione al fine di raggiungere la sostenibilità interna, andando a risolvere la problematica della volatilità e del volere dei donors. Solo i finanziamenti che sono ripetibili nel tempo contribuiscono alla sostenibilità delle istituzioni, mentre le sovvenzioni una tantum non la garantiscono né la favoriscono. Inoltre, la partecipazione diretta nel capitale sociale da parte dei donors potrebbe significare un’ulteriore complicanza per gli operatori, poiché ciò conduce al rischio che alla IMF venga delegato il compito di raggiungere obiettivi non propri ma del donatore (es: tipologia di clienti da seguire, caratteristiche dei prodotti offerti). Nonostante quest’ultimo aspetto, l’indagine condotta dall’EMN denota una tendenza positiva nel settore della microfinanza europea: un buon rendimento delle attività combinato alla diminuzione delle spese operative, ma anche alla diminuzione degli indici sulle perdite, conducono ad un miglioramento del settore per quanto concerne la sostenibilità finanziaria, anche se la sfida rimane comunque ardua.

  • Libro consigliato: Andreoni A., Pelligra V., Microfinanza. Dare Credito Alle Relazioni., Saggi 718, Il Mulino, Bologna, 2009.
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Questa voce è stata pubblicata il 25 settembre 2015 da in Europa, Finanza Etica, Sostenibilità con tag , , , .
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