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Erdoğan contro tutti. L’influenza turco-sunnita nei territori dell’ex impero ottomano e la lotta interna all’Islam.

A cura di Nicola Ghilardi

Quali sono le priorità del “sultano” Recep Tayyip Erdoğan? fino a pochi anni fa i punti chiave della sua politica erano cinque: 1) avanzamento nel processo democratico; 2) modifica della Costituzione; 3) soluzione della questione curda; 4) miglioramento del welfare ; 5) impegno a far progredire i negoziati di adesione con l’Unione europea. Tali obiettivi sono rimasti delle priorità ora che il “sultano” è alla presidenza della Repubblica? Per saperne di più >>>

Da un’analisi comportamentale dell’establishment turco e dei risultati posso affermare che nell’ultimo decennio sono stati fatti pochissimi passi avanti e molti indietro in tutti i punti sopraelencati. Per rendere possibile lo sviluppo di questi temi bisogna in primis definire il c.d. “mondo islamico”: esso viene globalmente e frequentemente identificato in base alla fede religiosa musulmana, descrizione (volutamente) riduttiva che non permette di cogliere le diversità che lo caratterizzano, sia sotto il profilo giuridico che quello politico e sociale. Tra i vari paesi il “caso turco” rappresenta – a dimostrazione di questa generalizzazione – un’eccezione all’interno del panorama musulmano: la Turchia è difatti l’unico paese con cultura islamica a possedere un testo costituzionale laico. Quello che proverò a trattare è il tentativo contemporaneo turco di forgiare un’identità attraverso il sentimento di continuità-discontinuità tra cultura “neo-ottomana” e cultura moderna turca.

La Turchia continua a far parlare di sé e, purtroppo, non nei termini migliori. L’aumento del numero di sequestri e attentati terroristici nei confronti di magistrati, agenti di polizia, ecc. uniti alle ondate di arresti e al clima di guerra presente nei territori turchi orientali hanno evidenziato la condizione precaria del rispetto dei diritti umani. Per saperne di più >>>

Nel corso degli ultimi due secoli il potere politico-economico nella penisola anatolica è passato dal “sultano-califfo” guida spirituale e temporale di tutta la Umma, al movimento dei “Giovani turchi” all’epoca portavoce della modernizzazione in chiave occidentale. Questo movimento rappresenta uno dei più eclatanti fenomeni di “società sommersa”, un aspetto molto importante per la comprensione dei giochi di potere all’interno della moderna repubblica “laica”. Attualmente la confraternita turca più potente ed influente è quella dell’imam Fetullah Gülen: essa è presente anche a livello internazionale con basi di appoggio che permettono un processo di influenza culturale in tutto il mondo. Per saperne di più >>>

L’eredità nel tentativo di modernizzazione dell’impero fu colta, dopo la Prima guerra mondiale e la scomparsa dei “Giovani turchi”, dal generale Mustafà Kemal ex-membro del movimento politico riformista, eroe della Battaglia di Gallipoli e liberatore di Istanbul dagli invasori alleati dopo la ratifica da parte del sultano del trattato di Sèvres.

Nonostante i successi e il controllo dei territori anatolici, il Generale non riuscì a salvaguardare i restanti territori della Sublime Porta, troppo lontani e mai stati del tutto “sottomessi” all’autorità di Istanbul. Da questo momento fino alla metà degli anni Settanta del XX secolo il potere economico e politico rimase in mano all’élite kemalista filo-occidentale, successivamente con il venir meno della guerra fredda e la modifica dei rapporti con l’Unione europea iniziò un processo culturale-sociale (soprattutto nei territori rurali dell’entroterra anatolico) di recupero delle origini islamico-ottomane. Il potere economico e l’influenza culturale passarono, con l’ascesa del partito di Erdoğan al governo alle c.d. “Tigri anatoliche”, la classe borghese “neo-ottomana” sorta lontana dai giochi di potere condotti dalle forze armate kemaliste e più legata al passato “rurale”. Il cambiamento nei rapporti tra USA, UE e Turchia rese necessario il controllo e il potenziamento delle forze armate turche (l’esercito turco è secondo solo a quello statunitense all’interno della NATO) a causa del progressivo ritiro delle truppe statunitensi dai territori mediorientali.

Dal punto di vista giuridico l’evoluzione dei rapporti tra Turchia e Unione europea è rafforzata dalla ratificazione dei più importanti trattati internazionali e dal rapporto con la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU). L’atteggiamento di Erdoğan e la politica estera turca sono decisamente cambiati rispetto dieci anni fa; attraverso l’analisi della strategia turca di politica estera (profondità strategica) ideata dall’attuale Primo ministro Ahmet Davutoğlu risulta evidente il cambio di direzione intrapreso dalla Turchia.

Il Partito della giustizia e del progresso (AKP – fondato da Erdoğan) sta cercando di diventare il partito unico “erede” di quello dei repubblicani kemalisti degli anni Venti e Trenta. L’obiettivo del Presidente della Repubblica (per ora sfuggito) è  di governare il Paese con la maggioranza qualificata (due terzi dei seggi parlamentari) in parlamento, quota necessaria per applicare cambiamenti al testo costituzionale. Tale maggioranza venne introdotta dai militari kemalisti dopo il colpo di stato e la stesura della Costituzione durante l’inizio degli anni Ottanta per cercare di creare stabilità all’interno dello Stato e della società turca all’epoca molto instabili. Questa instabilità interna sta comportando un elevato costo in termini di erosione dello stato di diritto, dei diritti civili e degli equilibri tra i poteri statali; tutte questioni particolarmente a cuore all’Unione europea. 

Dove sta andando la Turchia contemporanea? La Repubblica turca kemalista si è mostrata “schizofrenica”, ovvero guidata da sentimenti di amore verso la <<turchicità>> e il mito nazionale turco, e di odio verso tutto ciò che riguardava la fede religiosa e la storia ottomana. La nuova élite islamico-moderata che ha scalzato le forze armate dal potere politico e giudiziario riuscirà ad evolversi e a staccarsi da ogni dogmatismo di stampo nazionalista ma soprattutto religioso? C’è bisogno di un dialogo interno all’Islam, un percorso che permetta di comprendere il contesto storico e i relativi problemi mediante un diverso tipo di analisi che renda in grado i fedeli di farsi un’opinione personale.

L’attuale Costituzione turca prevede un non pieno riconoscimento dei diritti umani, un’elevata possibilità da parte del potere politico di censura, di applicazione dello stato marziale e di uso della forza. Sostanzialmente una forte limitazione delle libertà individuali. Il “sultano” riuscirà con il progetto di  modifica Costituzionale a ricreare una società “multireligiosa” come durante il periodo ottomano-sunnita? non basata sui diritti dell’uomo ma sull’appartenenza religiosa?  Potrà un musulmano sciita, ai giorni nostri, leggere il testo sacro esulando completamente dal ricordo di quindici secoli di conflitti politici, sociali, intellettuali, quindici secoli di sofferenze e disgrazie? O sarà meglio ripartire su un altro terreno? Un terreno universale che riguardi tutti gli esseri umani senza alcun riguardo alla fede religiosa? Un nuovo modo di capire l’altro necessario per rivelare che l’identità non è un dato definitivo una volta per tutte, ma un’opera che va sempre completata.

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Questa voce è stata pubblicata il 11 settembre 2015 da in Storia, Transizione Turchia-Europa con tag , , , , , , , , , , .
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