Leggerò Leggero: Appunti di Cooperazione Internazionale

Oblio e Identità

A cura di Omero Roberto Nessi

Forget

Qual è lo scopo di discutere sull’identità in un contesto di diritti dell’uomo e cooperazione internazionale? Come direbbe Antonio Lubrano, la domanda sorge spontanea. Se poi la confrontassimo con il concetto di oblio, ovvero il dimenticare, potremmo ritenere di porci domande inutili, e quindi perdere tempo prezioso.

Tuttavia la risposta mi sorge spontanea: capire cosa intendiamo quando si parla di identità significa scoprire la pietra filosofale del vivere insieme. Non si vuole tramutare i metalli vili in oro, si vuole capire chi è possessore di diritti per poter, in seguito, definire quali essi siano. Uno dei punti più complicati della definizione dei diritti è proprio quali essi siano; chi non si è mai posto la domanda: “questa cosa è un diritto?” Da quale ragionamento può essere estrapolata la risposta? C’è chi crede possa essere ottenuta dalla definizione di identità. Come possiamo capire cosa sia l’identità? C’è chi crede lo si possa fare guardando da dove veniamo, quindi dalla storia. Le ricorrenze ci aiutano a ricordarla. Perché le ricorrenze ci aiutano a ricordare la storia?

L’essere umano dimentica con estrema facilità. Ricordare richiede uno sforzo faticoso. Il motivo è fisiologico. I ricordi devono essere accantonati in un luogo poco accessibile, per lasciare libera la mente di pensare alla vita quotidiana e le relative problematiche. Saremmo invalidi, incapaci di agire se, per ogni nostra azione, dovessimo pensare e riesaminare ogni singolo frammento di memoria collegata. Così creiamo degli stereotipi, ovvero dei comportamenti standardizzati, accantonando la memoria di quel fatto che ha prodotto il comportamento, in un luogo della mente così da non doverci più pensare, o ragionare, fino a nuovo ordine. Questo meccanismo, funzionale e utilissimo in molti casi della vita, può risultare negativo per altri. E’ altrettanto faticoso capire quando è utile e quando non lo è; così lo si fa sempre, o quasi. Forse è per questo motivo che la società si è inventata le ricorrenze, per ricordare periodicamente ciò che altrimenti potrebbe essere dimenticato.

E’ necessario raggiungere un equilibrio tra i due estremi costituiti dal ricordare sempre e il dimenticare per sempre. Il primo renderebbe la vita impossibile, il secondo renderebbe la vita senza significato. La società ha introdotto, appunto, la ricorrenza periodica. Per non smettere di pensare, ma non continuare a farlo. Collocare la ricorrenza, quindi il ricordo, in un momento prestabilito non porta alla sottovalutazione dello stesso e alla sua relegazione in un angolo, per poi riesumarlo lavandoci la coscienza. Collocarlo periodicamente serve, invece, a rafforzarlo. La ricorrenza aiuta, ostacolando l’oblio, a mantenere periodicamente vivo il ricordo, nell’ottica della comprensione del chi siamo e da dove veniamo. Rinforza l’unità di intenti di chi appartiene, rimarca il passato comune, stimola l’aggregazione per il percorso futuro e restituisce valore agli obiettivi futuri.

Esorcizzare l’oblio ha una funzione sociale e viene espletato con la ricorrenza. Organizzare gli eventi di una manifestazione e parteciparvi aiuta a rinforzare il ricordo, a renderlo vivo dentro di noi. L’organizzazione dei festeggiamenti stimola la rielaborazione costruttiva del passato; il festeggiamento in sé è l’obiettivo che sancisce il limite temporale dell’attività del ricordo. Contrastare l’oblio rendendo vivo il ricordo, anche tramite le ricorrenze, gli anniversari, le feste, aiuta a ridefinire la propria consapevolezza di individuo, quindi della propria identità. L’identità individuale, se volesse focalizzare la propria ragione d’essere, senza rendersi immobile di fronte al pregiudizio, ricercherebbe ciò nel percorso che l’ha accompagnata verso la sua definizione attuale. Quanto avviene nella sfera privata è tale anche, e a maggior ragione, in quella pubblica, sociale e istituzionale.

giornomemoria

L’approccio al sé come transito e non come fenomeno statico ci aiuta principalmente a comprendere la diversità in funzione dei percorsi possibili e obbligatoriamente dissimili degli altri coinquilini del mondo. Aiuta la comprensione di come la propria identità si sia costruita fino a ora. Soprattutto aiuta ad accettare il cambiamento, perché sia la presa di coscienza  che l’identità individuale del domani sarà costruita dal percorso passato sommato a quello presente, il passato del futuro. L’identità è il soggetto e l’oggetto del diritto e dei diritti, considerando le regole applicabili a ogni individuo vivente, escludendo la possibilità di riservare a una singola categoria la possibilità di beneficiarne; questo è l’unico modo per prevedere che ogni essere vivente possieda sia i doveri sia i diritti enunciati dalle norme che regolano le società.

L’individuo è unico e irripetibile, capace di autodeterminarsi, facente parte della comunità in quanto tale, ma con autonoma personalità; ciò porta alla riflessione sulla non omologazione, ma soprattutto sulla riflessione di cosa derivi da chi, o viceversa. In altri termini si definisce il principio secondo cui la società sia creata dagli individui, e non l’esatto contrario. Il presupposto appena citato non è puramente semantico o estetico. Esso ha valore fondamentale nella sfera giuridica di ogni essere vivente.

La relazione Stato – Individuo pone le proprie basi costituenti in funzione di quanto sopra. Mediante un’analisi generale dei testi delle Costituzioni nazionali si possono estrapolare con relativa facilità i termini strutturali della relazione Stato – Individuo. Si può capire quale ente, tra stato e individuo, debba essere tutelato rispetto all’altro. In altri termini, da quale parte della bilancia debba pendere la ripartizione dei diritti e dei doveri. La Costituzione italiana parte, coi primi articoli, nella definizione dei diritti inalienabili dell’individuo e delle tutele da esso possedute rispetto allo stato; segno, voluto e tangibile, della scelta fatta dai costituenti rispetto alla tematica di cui sopra. Per saperne di più >>>

E’ un dato inconfutabile che l’abominio immane della seconda grande guerra abbia finalmente portato la comunità internazionale a rivalutare i presupposti per diritti umani universali. Tale risultato ha dovuto transitare, obbligatoriamente, per la definizione di individuo identificandolo concettualmente in relazione principalmente con la società, intesa come gruppo eterogeneo di persone aventi interessi comuni derivanti da peculiari situazioni (etniche, geografiche, culturali ecc.). Nel mondo attuale non è sempre così, il percorso cosiddetto occidentale sta transitando in questo concetto di identità personale per ragioni storiche ben precise. Altrove la situazione è ben diversa. E’ in questo scenario che si costruiscono le relazioni tra culture, che definiamo diverse se le analizziamo superficialmente.

Gente in piazza

La definizione condivisa dell’identità è come capire il terreno su cui costruire un edificio. Poniamo l’edificio come le regole che strutturano la convivenza delle persone, fondamenta quali il tipo di società che desideriamo o riteniamo opportuna e il terreno la natura degli individui. Solo dopo aver capito su quale terreno ci troviamo possiamo essere certi di scegliere le fondamenta adatte su cui costruire l’edificio. E’ quindi un passo antecedente alla definizione del tipo di società capire cosa intendiamo per individuo, in relazione alla persona singola. Se non capissimo che tipo di materiale costituisce il terreno, non potremmo decidere quale utilizzare per le fondamenta. Non potremo progettarle, senza incorrere in probabili crolli strutturali, difficilmente sanabili a posteriori. Un dibattito sereno e costruttivo sul concetto di identità personale e di relazione, tra stato e individuo, nei centri culturali e sociali, nonché istituzionali che compongono il mondo è imprescindibile. Il rischio, se non la certezza, è che ogni percorso comune deciso venga intrapreso per lassi di tempo troppo brevi, limitati alla politica del governo in carica, quindi non stabile nel periodo lungo per raggiungere risultati qualificanti, e questo nella migliore delle ipotesi.

Retorica a parte, si rende necessario specificare che non può essere definito miglior approccio, l’uno o l’altro, rispetto alla tematica in questione. Se dibattito costruttivo debba essere, sia chiaro, nessuno deve far cambiare idea all’altro, se non con un sereno scambio di punti di vista e senza alcuna imposizione. Si può, e si deve, raggiungere una sintesi che non abbia come obiettivo l’omologazione a sé. Stiamo parlando di individui unici e irriducibili, altro punto da cui non si può e non si deve prescindere.

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Questa voce è stata pubblicata il 8 maggio 2015 da in Diritto-Diritti, Massa-Individuo con tag , , , , , .
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