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Il virus dell’ Islamofobia in Europa: dalla strada ai palazzi del potere

A cura di Davide Garlini

I miei auguri, con tre giorni di ritardo, all’Italia. Lo scorso 17 marzo, infatti, compiva 154 anni la legge n. 4671 del Regno di Sardegna, con cui si sanciva l’Unità d’Italia. Molti ritengono che da festeggiare ci sia ben poco, altri preferiscono identificare il 17 marzo con una bella bevuta in onore di San Patrizio, patrono irlandese. Al di là delle vostre – e nostre – scelte e opinioni personali, essendo il principale scopo di questo blog informare, ho ritenuto adeguato iniziare così. Per saperne di più >>>

Il presente articolo parlerà invece di islam, e del suo rapporto, sempre più quotidiano e scrutinato, con noi europei. Non si tratterà di un articolo nozionistico, non conterrà citazioni o eccessivi dati numerici. Mi limiterò – con tutta l’umiltà e l’entusiasmo di uno studente che ha ancora molte più domande che risposte – a invitare il lettore a una  riflessione sul connubio buon musulmano/buon cittadino. In particolare, è sul meccanismo di sfruttamento della paura per scopi politici che ritengo si stia sviluppando nelle stanze del potere europee che vorrei condividere qualche pensiero. Negli ultimi anni infatti si sta diffondendo e rafforzando la scuola di pensiero in base alla quale esiste un’incompatibilità di fondo tra la fede islamica (e i relativi stili di vita) e i valori democratici, liberali e laici su cui è costruita la nostra società occidentale. Questa paura, o ansia come alcuni esperti preferiscono definirla, è da tempo entrata nel linguaggio comune con il termine “islamofobia”. Per saperne di più >>>

Una riflessione sufficientemente dettagliata non può non tenere in considerazione due realtà fondamentali: la prima è che, attualmente, la “diversità” musulmana è sempre più parte integrante della nostra vita quotidiana. Il continente europeo conta più di 44 milioni di musulmani, circa 20 milioni all’interno dell’Unione Europea. Ci sono più musulmani che cattolici in Scandinavia e più musulmani che protestanti nell’Europa meridionale, numeri che rendono quella islamica la più numerosa e rilevante minoranza religiosa d’Europa. Per saperne di più >>>.

Si tratta di una situazione oggettiva, con la quale bisogna rapportarsi indipendentemente dalla nostra opinione al riguardo. La seconda realtà è il fatto che, negli ultimi anni in particolare, dichiarazioni e politiche anti-islamiche, tendenti alla stigmatizzazione e alla superficialità, stiano diventando sempre più centrali nella politica europea. E il termine “centrale” non è usato casualmente: l’”islamofobia” è passata dai margini della politica europea a una posizione di assoluta centralità.

Gilles de Kerchove, Coordinatore Antiterrorismo dell’Unione Europea

Nell’ambito dell’Unione Europea ciò è analizzabile da un punto di vista di politica interna ai vari Stati – ovvero la difficile integrazione delle comunità musulmane mai così numerose – così come di politica esterna – con il diretto coinvolgimento dell’Unione nella guerra al terrorismo. Questo secondo aspetto è ben rappresentato dalla European Union Counter Terrorism Strategy (Strategia  Antiterrorismo dell’Unione Europea), un documento emanato nel 2005 e segno tangibile, citando il documento stesso, dell’ “impegno  strategico dell’U.E. nel combattere il terrorismo su scala mondiale nel rispetto dei diritti dell’uomo, consentendo ai suoi cittadini di vivere in un’area di libertà, sicurezza e giustizia”. Punti chiave di tale documento e base di qualunque strategia europea in questo senso si trovano i cosiddetti four main pillars (quattro settori d’azione) – prevenzione, protezione, perseguimento, risposta – nessuno dei quali denota una particolare apertura o tendenza al dialogo. Per saperne di più >>>

Per quanto riguarda la politica interna ai vari Paesi, la visione che si è diffusa dell’islam sta sempre di più influenzando i processi decisionali ed esempi sono riscontrabili in tutte le principali nazioni dell’U.E., comprese quelle identificabili con il raggiungimento di un alto livello di integrazione, come Francia, Germania, Gran Bretagna o Olanda. Vari partiti, di più o meno estrema destra, stanno acquisendo sempre più visibilità e influenza. Le parole d’ordine sono, del resto, comuni: il richiamo all’occidente in pericolo e alla difesa della cristianità, l’uso sistematico di stereotipi e il richiamo alle “nostre” radici, alla “nostra” identità e alla “nostra” patria. L’Italia offre a sua volta esempi calzanti, con forme di strumentalizzazione politica le cui conseguenze sono state, tra le altre, la chiusura di sale di preghiera, più volte e di proposito, in pieno ramadan, momento del loro maggiore utilizzo, spesso attraverso ordinanze comunali facenti riferimento alla violazione di norme urbanistiche, igienico-sanitarie, di sicurezza o anti-incendio. Norme in sé corrette, ma trasparentemente selettive, applicate con queste modalità – ad esempio chiusura immediata di un edificio religioso anziché comminazione di un’ammenda e concessione del tempo necessario a mettersi in regola – solo alle moschee, non certo ad altri edifici egualmente irregolari, anche pubblici (scuole), o di altre confessioni religiose, per non parlare di quelli privati e destinati a usi produttivi.

Provvedimenti di questo genere sono le conseguenze pratiche di un presunto conflitto culturale e religioso e del suo radicamento a livello sia nazionale che locale, nel nostro Paese e in tutta Europa. Mentre sempre meno individui sembrano esprimere forme generali di razzismo o xenofobia, la rispettabilità dell’ “islamofobia” risulta in fase di preoccupante aumento e di fortissima strumentalizzazione da parte di sempre più partiti e personalità di spicco, i quali fungono da veri e propri amplificatori, generando un circolo vizioso di generalizzazione e ignoranza purtroppo non nuovo al contesto europeo. La storia ha infatti più volte tentato di insegnarci che il classificare le persone in base alla loro affiliazione religiosa e rendere un particolare gruppo il capro espiatorio per tutto ciò che ci affligge non ha mai conseguenze rosee. Un ulteriore caso non porterebbe di certo a un finale migliore.

Nei miei articoli successivi cercherò di analizzare più approfonditamente alcuni aspetti singoli riguardanti le realtà che toccano le comunità musulmane in Europa, realtà più profonde, nonché ben più interessanti di quanto la stigmatizzazione a cui sempre di più si assiste non porti a credere.

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